“Era cosa molto bella… visione biblica del corpo”. Questo l’interessante filo conduttore del Weekend biblico organizzato come ogni anno dall’Ufficio per l’Apostolato biblico a Rota Imagna. Pubblichiamo parte del primo intervento, tenuto da don Ezio Bolis, sul tema del corpo nell’esperienza monastica benedettina.
Lo spirito e la carne
La lezione di San Benedetto – Rota Imagna, 19 giugno 2009
I. Il corpo nell’esperienza monastica benedettina
Il corpo è radicalmente coinvolto nella ricerca di Dio
Anzitutto va detto, con molto realismo, che non è intenzione di san Benedetto fare una trattazione sul corpo. Il suo obiettivo è molto più fondamentale: è quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione del suo tempo, in cui niente sembra resistere, egli vuole fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Dalle cose secondarie vuole passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è davvero importante e definitivo.
Poiché nella Sacra Scrittura Dio è in cammino verso di noi e noi verso di Lui, bisogna imparare a penetrare nel segreto della lingua, a comprenderla nella sua struttura e nel suo modo di esprimersi. Così, proprio a causa della ricerca di Dio, diventano importanti le scienze profane che ci indicano le vie verso la lingua. Poiché la ricerca di Dio esige la cultura della parola, fa parte del monastero la biblioteca che indica le vie verso la parola. Per lo stesso motivo ne fa parte anche la scuola, nella quale le vie vengono aperte concretamente. Ecco una prima considerazione importante: per Benedetto la ricerca di Dio è connessa con l’intelligenza, con la lettura e la scrittura che esigono mente e cuore, occhi e orecchi, l’uomo nella sua corporeità.
Un altro passo: la Parola che apre la via della ricerca di Dio, è una Parola che riguarda la comunità. Certo, essa trafigge il cuore di ciascuno, ma san Gregorio Magno descrive questo come una fitta improvvisa che squarcia la nostra anima sonnolenta e ci sveglia rendendoci attenti per la realtà essenziale, per Dio. Ma così ci rende attenti anche gli uni per gli altri. La Parola non conduce a una via solo individuale di un’immersione mistica, ma introduce nella comunione con quanti camminano nella fede. La ricerca di Dio si intreccia con le relazioni che l’uomo stabilisce con gli altri: anche qui c’è di mezzo il corpo!
C’è ancora da fare un altro passo. La Parola di Dio introduce noi stessi nel colloquio con Dio. Il Dio che parla nella Bibbia ci insegna come noi possiamo parlare con Lui. I Salmi contengono molte istruzioni anche su come devono essere cantati e accompagnati con strumenti musicali. Per pregare in base alla Parola di Dio il solo pronunciare non basta, esso richiede la musica. Nella preghiera e nel canto troviamo nuovamente il corpo.
Per Benedetto, il lavoro degli uomini è un’espressione particolare della loro somiglianza con Dio; lavorando l’uomo può partecipare all’operare di Dio nella creazione del mondo. Del monachesimo fa parte, insieme con la cultura della parola, una cultura del lavoro, delle braccia, delle mani, dei piedi, del corpo.
Priorità del gesto sulla parola
La mentalità cristiana tradizionale considera il corpo in modo ambivalente. Mentre la dottrina ufficiale si mostra assai negativa, la pratica è molto più rispettosa e più evangelica. Prendiamo subito come esempio un testo della Regola benedettina. Nel capitolo sulla preghiera liturgica l’atteggiamento spirituale richiesto dalla salmodia è così descritto: «Disponiamoci a salmodiare in modo che il nostro spirito concordi con la nostra voce» (19,7). Tale raccomandazione può sembrare banale, ma va sottolineato che essa propone l’ordine inverso di quello che ci aspetteremmo. Normalmente noi siamo attenti anzitutto al fatto che lo spirito sia animato dalle giuste disposizioni, per assicurarci che poi il canto possa esprimerlo correttamente. San Benedetto invece propone di iniziare dal canto: parte dal corpo, dalla voce. Quindi è lo spirito che deve accordarsi alla qualità e al tono della voce, perché questa disposizione corporea può suscitare un atteggiamento spirituale. Infatti, per un’adeguata partecipazione alla liturgia, non bastano le buone intenzioni del cuore e la chiarezza della comprensione.
Del resto, tutta la vita monastica è tacitamente basata su questo assioma della priorità del gesto sulla parola. Si tratta di un certo modo di camminare, di lavorare, di mangiare, di dormire, di cantare. La vocazione monastica comporta un impegno esistenziale che si esprime in uno stile di vita, tale che nulla di ciò che appartiene alla vita quotidiana è senza importanza.
Un’apparente incongruenza tra teoria e pratica
Il testo della Regola benedettina contiene una saggezza del corpo; all’abate è chiesto di prestare molta attenzione alle condizioni di lavoro dei monaci, alle necessarie ore di riposo, ai rischi di un sovraccarico per alcuni. Il grande successo di questa regola monastica nell’Europa del Medioevo è dovuto per buona parte al suo equilibrio e al rispetto per le persone.
Nonostante ciò, accanto a consigli pratici assai rispettosi verso il corpo, la dottrina spirituale esplicita è chiaramente negativa. Si esorta a «castigare il corpo», a «non amare il molto parlare», a «odiare la volontà propria», a «stare sempre in guardia nei confronti dei vizi della lingua, delle mani, dei piedi e della volontà propria». Come tutta la letteratura spirituale dell’epoca, il cibo, le parole, il sonno, il riposo, il sorriso e tutte le realtà creaturali vengono guardate con sospetto. Nella Regola costatiamo quindi, riguardo al corpo, grandi contrasti e perfino contraddizioni tra il livello teorico e quello pratico. Da una parte c’è una dottrina severa, che va sempre richiamata; dall’altra, una pratica dove il buon senso e la sollecitudine evangelica prevalgono, almeno nei grandi maestri spirituali. [...]
II. Riferimenti impliciti ma essenziali alla corporeità
Importanti riferimenti al corpo vengono offerti da quei passi della RB in cui il richiamo alla corporeità è talvolta solo implicito, ma pure estremamente forte, e che riguardano, in generale, la necessità di prendersi cura delle malattie e delle debolezze di ciascun monaco. C’è l’esplicita preoccupazione che sia possibile un tempo per il riposo, che alla fatica del corpo sia proporzionato il nutrimento, e che le vesti, le calzature e il necessario per la cella siano distribuiti dall’abate ai fratelli secondo la qualità del clima e i reali bisogni di ciascuno.
La cura per il corpo malato
«1 L’assistenza agli infermi deve avere la precedenza e la superiorità su tutto, in modo che essi siano serviti veramente come Cristo in persona, 2 il quale ha detto di sé: “Sono stato malato e mi avete visitato”, 3 e “Quello che avete fatto a uno di questi piccoli, lo avete fatto a me”. 4 I malati però riflettano, a loro volta, che sono serviti per amore di Dio e non opprimano con eccessive pretese i fratelli che li assistono, 5 ma comunque bisogna sopportarli con grande pazienza, poiché per mezzo loro si acquista un merito più grande. 6 Quindi l’abate vigili con la massima attenzione perché non siano trascurati sotto alcun riguardo. 7 Per i monaci ammalati ci sia un locale apposito e un infermiere timorato di Dio, diligente e premuroso… 9 I malati più deboli avranno anche il permesso di mangiare carne per potersi rimettere in forze; però, appena ristabiliti, si astengano tutti dalla carne come al solito. 10 Ma la più grande preoccupazione dell’abate deve essere che gli infermi non siano trascurati dal cellerario e dai fratelli che li assistono, perché tutte le negligenze commesse dai suoi discepoli ricadono su di lui» (RB 36).
Il capitolo sulla cura dei malati può essere considerato un paradigma dello stile letterario e della prospettiva spirituale della RB. Nessuna delle regole monastiche antiche contiene un progetto di cura degli infermi così completo. La prima parte, più teorica, si apre con due assiomi fondati sulla fede e sulla parola del Signore: la cura per i malati deve stare in cima a tutte le altre; essi vanno serviti come si servirebbe Cristo in persona. Benedetto cerca di comporre le esigenze e i caratteri diversi, sempre attento a salvaguardare l’armonia e le relazioni fraterne. Responsabile ultimo di tutto ciò è l’abate. Per quanto riguarda le indicazioni concrete, sia la possibilità di bagni frequenti che quella di mangiare carne, sono eccezioni fatte in riguardo alla situazione di debolezza in cui versano i malati. [...]
Il cellerario e il dovere di prendersi cura del corpo dei fratelli
«1Come cellerario del monastero si scelga un fratello saggio, maturo, sobrio, che non ecceda nel mangiare e non abbia un carattere superbo, turbolento, facile alle male parole, indolente e prodigo, 2 ma sia timorato di Dio e un vero padre per la comunità. 3 Si prenda cura di tutto e di tutti… 9 Si interessi dei malati, dei ragazzi, degli ospiti e dei poveri con la massima diligenza, ben sapendo che nel giorno del giudizio dovrà rendere conto di tutte queste persone affidate alle sue cure. 10 Tratti gli oggetti e i beni del monastero con la reverenza dovuta ai vasi sacri dell’altare 11 e non tenga nulla in poco conto. 12 Non si lasci prendere dall’avarizia né si abbandoni alla prodigalità, ma agisca sempre con criterio e secondo le direttive dell’abate. 13 Soprattutto sia umile e se non può concedere quanto gli è stato richiesto, dia almeno una risposta caritatevole, 14 perché sta scritto: “Una buona parola vale più del migliore dei doni”… 16 Distribuisca ai fratelli la porzione di vitto prestabilita senza alterigia o ritardi, per non dare motivo di scandalo… 18 Nelle ore fissate si distribuisca quanto si deve dare e si chieda quello che si deve chiedere, 19 in modo che nella casa di Dio non ci sia alcun motivo di turbamento o di malcontento» (RB 31).
Il cellerario si occupa anzitutto, se non esclusivamente, della dispensa, della cantina, della cucina e delle stoviglie. Un argomento così terra terra solo apparentemente è privo di spunti spirituali. Al contrario, fin dalla prima lettura si nota un buon numero di osservazioni spirituali, la cui ricorrenza dà a questa sezione una specie di unità superiore. Prendere in considerazione la diversità dei bisogni e delle infermità, aver cura non solo delle cose ma anche delle persone, soprattutto dei più deboli, risparmiare agli altri e interdire a se stessi ogni tristezza, turbamento o mormorazione, rimanere umili, servire con carità e lavorare con fatica per la «ricompensa», questi tocchi ripetuti trasformano costantemente il discorso pratico in esortazione spirituale. Tutto ciò non è detto soltanto per il cellerario, ma per ciascun monaco. La predilezione che la RB lascia trasparire per la figura del cellerario, lo indica come una specie di prototipo di tutti coloro che sono incaricati di un servizio materiale.
Non si ricerca uno specialista in affari materiali, che per altro sono tipici del cellerario, ma che sia anzitutto saggio, di una maturità umana e spirituale che si esprime nella padronanza di sé, nella sobrietà e nel coraggio, mostrando umiltà e bontà verso i fratelli, sollecitudine e responsabilità verso i malati, i più giovani, gli ospiti e i poveri. Il cellerario partecipa in modo particolare alla paternità dell’abate, agisce in nome suo e al posto suo, lasciandogli più tempo per esercitare il suo compito essenziale di paternità spirituale. […]
don Ezio Bolis
Docente di Teologia Spirituale, Seminario di Bergamo