Articoli marcati con tag ‘primo annuncio’

Dovunque e sempre

Pubblicato il 13 ottobre 2010 da redazione nella sezione Formazione

Motu proprioMartedì è stato promulgato il Motu Proprio “Ubicumque et semper” con il quale Benedetto XVI ha istituito il Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova Evangelizzazione. Un documento essenziale, chiaro sulle problematiche più urgenti dell’annuncio della fede, sui suoi più diffusi fraintendimenti e tradimenti.
Un’interpretazione storica autorevole a cui segue una decisione operativa concreta.

La Chiesa ha il dovere di annunciare sempre e dovunque il Vangelo di Gesù Cristo. Egli, il primo e supremo evangelizzatore, nel giorno della sua ascensione al Padre comandò agli Apostoli: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20).
Fedele a questo comando la Chiesa, popolo che Dio si è acquistato affinché proclami le sue ammirevoli opere (cfr 1Pt 2,9), dal giorno di Pentecoste in cui ha ricevuto in dono lo Spirito Santo (cfr At 2,14), non si è mai stancata di far conoscere al mondo intero la bellezza del Vangelo, annunciando Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, lo stesso “ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8), che con la sua morte e risurrezione ha attuato la salvezza, portando a compimento la promessa antica. Pertanto, la missione evangelizzatrice, continuazione dell’opera voluta dal Signore Gesù, è per la Chiesa necessaria ed insostituibile, espressione della sua stessa natura.

Leggi il testo integrale del Motu Proprio

Lettera dei Vescovi lombardi

Pubblicato il 1 febbraio 2010 da redazione nella sezione Biblioteca

Sfida della Fede - CELdi Luisa Bove
dal Sito dell’Ufficio Catechistico di Milano

«Dobbiamo fare di tutto per conoscere sempre meglio la figura di Gesù, per avere di lui una conoscenza non “di seconda mano”, ma una conoscenza attraverso l’incontro nella preghiera, nella liturgia, nell’amore per il prossimo». Con queste parole di Benedetto XVI si concludeva l’ultima visita ad limina Apostolorum a Roma dei Vescovi lombardi. Di qui l’idea dei Pastori delle Chiese lombarde di scrivere una lettera alle diocesi dal titolo La sfida della fede: il primo annuncio, pensando anche ai “nuovi venuti”, dice monsignor Franco Giulio Brambilla, vescovo delegato della Cel per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi.

Che cosa si intende per “primo annuncio”?
Il primo annuncio non va inteso secondo un’interpretazione solo dottrinale e neppure in senso cronologico, come se dovessero seguirne altri. È invece il cuore dell’annuncio cristiano, che riguarda anche coloro che hanno già una fede che ritengono adulta. L’importante è tornare sempre alla sorgente, all’origine, per rinnovarne la giovinezza, la fecondità, la freschezza della fede. Il primo annuncio si riferisce quindi al primo incontro con Cristo e non può prescindere dalle conseguenze della vita morale, liturgica, missionaria…

Nella società di oggi, segnata da «una cultura consumistica ed edonistica», dal «secolarismo» e dall’«individualismo», come diceva il Papa, c’è ancora spazio per annunciare la fede?
La scelta che noi abbiamo fatto come Vescovi lombardi non è stata quella di porre le domande fondamentali della vita umana, alle quali dare la risposta cristiana. Abbiamo invece immaginato che questo primo annuncio potesse attecchire in tutti quei momenti di svolta della vita quotidiana delle persone. La vita infatti vale più di ciò che noi misuriamo, calcoliamo e produciamo in questa società consumistica e secolarizzata.

E quali sono questi momenti?
Noi ne abbiamo scelti cinque: la nascita di un bimbo, il cammino dell’adolescenza e la scelta nella giovinezza, l’amore di un uomo e una donna, la fedeltà alla famiglia e alla professione, l’esperienza del dolore e della fragilità. È necessario che la parola cristiana dica qualcosa all’alfabeto della vita umana. Ora chiediamo ai catechisti, agli operatori pastorali, ai sacerdoti, ai ministri del Vangelo, agli operatori sociali di imparare anche loro a dire la parola cristiana dentro la vita quotidiana (nel volontariato, nella vita comunitaria, nella professione…). L’importante è partire non dalle domande, ma dalle esperienze antropologiche, perché sono le soglie di accesso alla fede offerte a tutti.

Perché i Vescovi lombardi considerano fondamentale il recupero dell’identità personale?
Nella società consumistica piena di beni, ma povera di significati, la grande sfida per tutti, credenti e non credenti, è la costruzione dell’identità personale che non è data a monte di un cammino, ma cresce attraverso le molte relazioni. Ogni età della vita ha una sua grazia che anticipa quella che segue, diceva Romano Guardini. Nel rapporto tra il dono promesso e il suo pieno compimento sta l’identità che apre le soglie di accesso alla fede.

Nella lettera dei Vescovi si parla anche dei “novizi” della fede e della Chiesa. Chi sono?
Coloro che accedono alla soglia della fede non pongono domande nella stessa maniera, per questo abbiamo descritto tre situazioni: quella di chi non è ancora battezzato (i catecumeni) e il cui numero sta iniziando a lievitare. L’Italia sembra un ponte naturalmente gettato nel Mediterraneo, quindi ci saranno molte domande non solo di ricerca di lavoro e sistemazione familiare, ma anche di ricerca spirituale: a questi “nuovi venuti” bisognerà offrire un vero ingresso alla fede. Ci sono poi due categorie di persone che hanno ricevuto i sacramenti, ma sono rimasti a una forma quasi infantile del sacramento, perché la vita li ha portati lontano. Per loro (i convertiti) l’esperienza della fede ha prevalentemente un tratto pedagogico: serve per diventare grandi, ma non per vivere da grandi. Alla terza categoria (i ricomincianti) appartengono quelli che hanno ricevuto il battesimo, ma questo è rimasto sulla carta. A loro manca anche la lingua cristiana infantile, la lingua della memoria, per questo hanno bisogno di una vera rifondazione della fede e di ritrovare un linguaggio adulto.

A questo punto qual è il compito delle Chiese lombarde?
La domande alle nostre comunità è se hanno veramente spazi accoglienti che tengono conto delle nuove situazioni di accesso alla fede. Ai nuovi venuti non dobbiamo presentare subito una forma di annuncio, una vita comunitaria, liturgica e di carità così compatta da intimorirli. La lettera parla invece di spazi di ascolto, luoghi riservati che costituiscono una soglia di passaggio. Come non si entra subito in chiesa, ma c’è il pronao (passaggio tra il profano, il sacro e il santo) così deve essere anche nella vita cristiana. Le comunità non dovranno più pensare a un annuncio monolitico, ma differenziato, attento soprattutto alle diverse situazioni di partenza delle persone.

La sfida della fede:
il primo annuncio
EDB – 64 pagg.
1,70 euro

Mysterium Lunae

Pubblicato il 23 novembre 2009 da redazione nella sezione Formazione

don Guido BenziPubblichiamo il testo integrale dell’intervento di don Guido Benzi, Direttore dell’Ufficio Catechistico Nazionale, al Palasettembre di Chiuduno

Il volto della Chiesa risplende sui “Cercatori di Dio”

Carissimi amici della Chiesa di Bergamo, carissimi catechisti, fa bene agli occhi ed al cuore vedervi oggi così in tanti stretti intorno al vostro Vescovo Francesco, insieme ai vostri Sacerdoti. Grazie di questo dono di gioia e di speranza, perché dietro il volto di ciascuno di voi c’è il volto di tanti bambini e ragazzi delle vostre comunità. Ed i volti dei loro papà e delle loro mamme. Come questa luna piena che illumina il vostro Convegno e che dice il mistero della Chiesa: là dove c’è un evangelizzatore, un “pescatore di anime” che getta le reti per mettere in contatto gli uomini col cielo infinito di Dio, là c’è sempre l’azione della Chiesa che scaturisce dalle mani, dal costato, dalla parola di Gesù. La Chiesa che non splende di luce propria, ma che risplende della luce di Cristo.  Mysterium Lunae lo chiamavano gli antichi Padri della Chiesa, mistero di accompagnamento, di discepolato e di accoglienza, mistero di un grembo che continuamente genera gli uomini all’amore di Dio in Gesù Cristo, e continuamente li spinge ad incontrarlo.

1. Tornino i volti

Questa è proprio una bella immagine che ci dice la realtà della Chiesa. Nessuno di noi può considerare la sua esperienza di fede senza che subito non sorga vicino il volto di un fratello o di una sorella, il volto di un altro a fianco a noi che ha condiviso o ci ha accompagnati in quella esperienza. Così accadeva nella prima Chiesa: ascoltavano San Paolo e subito sorgeva vicino a lui il volto degli Apostoli dai quali aveva ricevuto l’accompagnamento nella fede… vedevano Tito, Timoteo e immediatamente scorgevano il volto di Paolo. L’evangelizzazione non è solo questione di parole, è questione di volti, di gesti condivisi, di storie narrate e ascoltate. Statene certi questo avviene anche per noi, ed è così anche per i nostri ragazzi… ogni volta che nella loro vita incontreranno ancora la Parola del Vangelo, ogni volta che nei momenti gioiosi o tristi si leverà in loro la domanda su Dio sempre sorgerà in loro il volto di coloro che li hanno accompagnati per introdurli in una mentalità di fede: il vostro volto.

Del resto lo sapete: il servizio della catechesi non è solo questione di parole, è questo servizio alla memoria, alla consegna della fede, nel far sentire questa avventura meno solitaria, nel far percepire il gusto di un cammino insieme verso la pienezza dell’amore di Dio nel suo Figlio Gesù, attraverso il soffio dello Spirito. E’ scoprire che l’unico Dio non è un dio solitario, ma è il Dio della relazione, che desidera comunicare con le sue creature e «nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (Dei Verbum 2).

Nella nostra ricerca di Dio, nella nostra ricerca di un senso nella vita, non siamo soli. Siamo dentro un cammino, una tradizione di gesti e di sguardi, di pensieri e di affetti, una tradizione di parole che sgorgano dall’umanità più autentica, e costituiscono un patrimonio scritto e vissuto, che rende tutti noi, ogni “figlio dell’uomo” nato sotto il cielo, capace di interrogarsi su Dio e sul suo amore.

Lo stesso Vangelo è stato scritto così: non bastava trascrivere gli insegnamenti del Maestro, era necessario recuperare quegli insegnamenti all’interno delle relazioni di Gesù con coloro che incontrava, attestare nelle parole ispirate i suoi gesti: prendere per mano, toccare un corpo malato, lasciarsi baciare i piedi, volgere lo sguardo, scrivere sulla polvere, provare la sete, spezzare il pane e versare il vino… tutto questo, tutte queste realtà umane sono state rese da Gesù degne e capaci di esprimere Dio.

2. Catechisti: vuol dire essere esperti di domande

Come certamente sapete il titolo del vostro Convegno prende spunto da una Lettera che la Commissione Episcopale della Dottrina della Fede dell’Annuncio e della Catechesi, ha consegnato nella Pasqua di quest’anno alle chiese in Italia: la Lettera ai cercatori di Dio.

Si tratta di un testo un po’ particolare: un giornalista l’ha recentemente descritto in questo modo: «Un testo scritto in punta di piedi.  Non difende, non proclama, non accampa. Racconta sottovoce» (G. Baudolino, in Dossier Catechista, gennaio 2010). Raccontare sottovoce… non è per paura o per timidezza, è che le parole più belle sono quelle che sanno di intimità e di confidenza. Questo testo (che come ogni testo ha i suoi limiti), si vuole porre a servizio del “Primo annuncio della fede” e mettersi accanto alle persone che pur non frequentando sistematicamente i nostri cammini ecclesiali, comunque si interrogano su Dio, sulla vita, sul cammino di uomini e di donne del nostro tempo.

La lettera non dice “voi” ma dice “noi” proponendo così la fusione nell’orizzonte della comune ricerca, tra così detti “credenti” e “non credenti”:

«Constatiamo …  la presenza di una diffusa attesa di qualcosa – o di Qualcuno – cui si possa affidare il proprio desiderio di felicità e di futuro, e che sia in grado di dischiuderci un senso, tale da rendere la nostra vita buona e degna di essere vissuta. Non possiamo certamente dimenticare che questo sogno di felicità e di futuro viene percepito in modi diversissimi e si manifesta con tanti nomi. Dobbiamo cercare di decifrarlo, organizzandolo intorno ad alcune domande concrete. Abbiamo scelto degli interrogativi, che ci sembrano attraversare eventi, persone, esperienze di gioia e di limite, riconoscibili nella vita di ognuno. Si tratta delle domande che riguardano la nostra esistenza, il nostro destino e il senso di ciò che siamo e facciamo, oltre che di tutto ciò che ci circonda. Sono interrogativi che, per essere veramente affrontati, richiedono il coraggio della ricerca della verità e la libertà del cuore e della mente. Come discepoli di Gesù, ci sembra di poter discernere in queste molteplici attese una forte domanda di incontro con il Dio che lui ci ha rivelato». (Lettera ai Cercatori di Dio, ed. LDC, p. 8).

Ecco la proposta concreta della prima parte della Lettera: essere noi per primi, noi credenti non solo esperti di doverose e giuste risposte, ma essere esperti di domande. Lasciare che nelle persone possano accendersi e prendere forma interrogativi importanti. Dare valore a gesti usuali, a volte tradizionali (e forse anche purtroppo convenzionali), facendo emergere la forza interrogativa che essi suppongono: perché porti tuo figlio al catechismo? … perché desideri per lui/lei i  sacramenti? … perché vuoi sposarti in Chiesa? … Perché?

La domanda – diceva l’antico teologo Origene – è come la lancia che apre il cuore di Gesù, e noi possiamo aggiungere che è come il dito dell’Apostolo Tommaso che fruga nelle ferite delle mani e del costato del Risorto, come lo sguardo di chi vuole vincere la pesantezza della pietra del Sepolcro.

« Nel profondo della domanda di senso e di speranza, qualcosa ci orienta verso il mistero: Dio, chi sei? Dove sei? Come possiamo vedere il tuo volto? Il problema non è se Dio esista o non esista. Non ci serve costatare la presenza o l’assenza di qualcuno che sta lontano, a contemplare le cose fuori dalla mischia, impassibile. Ci chiediamo chi è Dio quando veniamo a sapere di eventi terribili, che non dipendono da una cattiva volontà. Ci diciamo allora: chi sei? Dov’è finito il tuo amore, se tanti innocenti piangono e non sanno nemmeno contro chi imprecare? Ce lo chiediamo quando decidiamo di prendere tra le mani la nostra esistenza, trascinati come siamo tra sogno e realtà. Chi sono io, che mi scopro sempre più indecifrabile? C’è un nesso tra l’uomo che sono e Dio?» (Lettera, p. 29-30).

Il Dio immenso e onnipotente è custode della libertà del nostro cuore. Egli si lascia interrogare e ci interroga perché la nostra libertà possa crescere e così possa veramente esserci un incontro tra il Creatore e la sua creatura.

«Quanti senza fede chiedevano al Signore con quale autorità compisse ciò che faceva…,  non furono ritenuti degni neppure di risposta …, pertanto anche noi, se desideriamo conoscere qualcosa dei segreti reconditi di Dio, se siamo uomini di desideri e non di contestazioni, ricerchiamo con fedeltà e umiltà i giudizi di Dio inseriti piuttosto velatamente nelle divine Scritture. Infatti per questo anche il Signore diceva: ‘Scrutate le Scritture’, sapendo che esse non si lasciano interpretare da coloro che, occupati in altre faccende, di quando in quando o ascoltano o leggono, ma da coloro che, con cuore onesto e semplice, con ininterrotta fatica e con continue veglie, scrutano più a fondo le divine Scritture…»[1]

Lo stesso Vangelo di Giovanni, al capitolo 1 narra questo “incontro” proprio attraverso delle domande: quando due discepoli, indirizzati dal Battista, vanno sui passi di Gesù egli chiede loro “Che cercate?” (Gv. 1,32-38); la loro risposta è fulminante “dove dimori?…” (Gv 1,38-39), e Gesù li invita al cammino “venite e vedrete”. Il fatto stesso di porre domande suppone il desiderio di relazione e di incontro. Già ce lo ha detto il Concilio Vaticano II (GS 22) Gesù ci ha rivelato il vero volto dell’uomo: la dimora di ogni punto interrogativo sulla vita essenzialmente umana è Gesù stesso, la sua carne e il suo sangue per la vita del mondo. Ecco perché i Vescovi nelal seconda parte della Lettera ai cercatori di Dio presentano  la nostra speranza in Gesù:

«A tanti uomini e donne che sono alla ricerca di una speranza per il loro cammino vorremmo raccontare ora l’esperienza che abbiamo fatto e facciamo di Gesù, l’unico “nome” che a noi dà speranza e vita. Le parole che proponiamo sono il frutto – oltre che del nostro incontro con lui – della storia di tante persone che hanno incontrato Dio in Gesù Cristo prima di noi. Sono persone note e ignote, che costituiscono la lunga catena dei testimoni di Gesù. Per tutti i suoi testimoni Gesù è una persona che ha vissuto, nella carne della sua umanità, le incertezze e le inquietudini che scopriamo in noi, prendendosi cura con coraggio della gente che ha incontrato. » (Lettera, p. 36)

Nella seconda parte della Lettera il lettore è invitato dunque a un faccia a faccia con questo Gesù e con questo Dio che egli manifesta. L’attesa che i Vescovi nutrono in questa seconda parte è che nasca, nel cercatore di Dio, la domanda evangelica: «Maestro, dove dimori?».

A questa auspicata domanda risponde la terza parte della Lettera, quella più catechetica, ma dove è da notare l’idea che l’incontro con Dio è presentato in termini di azioni, di passi e prassi da attuare: pregare, ascoltare, servire, cui si aggiungono senz’altro l’esperienza sacramentale e l’esercizio della speranza.

3. Chi sono i cercatori di Dio

La Lettera è chiaramente destinata a coloro che sono fuori dal circuito ecclesiale: può perciò essere donata, per la meditazione personale, a coloro che normalmente chiamiamo i “lontani” ed anche utilizzata per quegli itinerari appunto di Primo annuncio, come tanti incontri con gli adulti oggi si caratterizzano (preparazione matrimonio, genitori dei bambini che fanno catechismo, gruppi famiglie,…).

Di fatto questo testo ci convince a tentare la missione, cioè a proporre a quanti ci stanno intorno il tesoro della fede, cioè l’incontro col Signore, che ci è stato donato e che, possiamo esserne certi, è  la risposta a tanti interrogativi dell’uomo.

« Se c’è una differenza da marcare, allora, non sarà forse tanto quella tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti, tra uomini e donne che hanno il coraggio di cercare incessantemente Dio e uomini e donne che hanno rinunciato alla lotta, che sembrano essersi accontentati dell’orizzonte penultimo e non sanno più accendersi di desiderio al pensiero dell’ultima patria. Qualunque atto, anche il più costoso, sarebbe degno di essere vissuto per riaccendere in noi il desiderio della patria vera e il coraggio di tendere a essa, sino alla fine, oltre la fine, sulle vie del Dio vivo. Credere sarà allora abbracciare la Croce della sequela, non quella comoda e gratificante che avremmo voluto, ma quella umile e oscura che ci viene donata, per dare compimento “a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Colossesi 1,24). Crede chi confessa l’amore di Dio nonostante l’inevidenza dell’amore, chi spera contro ogni speranza, chi accetta di crocefiggere le proprie attese sulla croce di Cristo, e non Cristo sulla croce delle proprie attese. Crede chi è stato già raggiunto dal tocco di Dio e si è aperto alla sua offerta d’amore, anche se non ha ancora la luce piena su tutto.» (Lettera, p.32)

In questa consegna, in questa missione, per capire chi sia il vero “cercatore” di Dio. ci può aiutare una poesia del mistico tedesco Angelo Silesio (16241677)

Ho cercato Dio

Ho cercato Dio
con la mia lampada così brillante
che tutti me la invidiavano.
Ho cercato Dio negli altri.
Ho cercato Dio nelle piccolissime tane dei topi.
Ho cercato Dio nelle biblioteche.
Ho cercato Dio nelle università.
Ho cercato Dio
col telescopio e con microscopio.
Finché mi accorsi che
avevo dimenticato quello che cercavo.
Allora, spegnendo la mia lampada,
gettai le chiavi, e mi misi a piangere…
e subito, la Sua Luce fu in me…

4. Cercatori perché cercati

Del resto si tratta di imparare a cercare come Gesù stesso cerca. In questo senso sono tanti gli itinerari di annuncio che possiamo derivare dai Vangeli: tutto il capitolo 15 di Luca dove si mostra un Dio alla ricerca della sua creatura e in attesa del suo ritorno, fino all’episodio di Zaccheo (Lc 19), ed al perdono concesso da Gesù al Ladrone (Lc 23) ed ancora la sete stessa di Gesù sulla croce, segno di quella sete di Dio che attrae donando tutto.  Anche noi possiamo divenire assetati della stessa sete ed essere feriti dallo stesso amore.

Termino con una poesia-preghiera di Turoldo:

Mostrati, Signore

A tutti i cercatori del tuo volto,
mostrati, Signore;
a tutti i pellegrini dell’assoluto,
vieni incontro, Signore;
con quanti si mettono in cammino
e non sanno dove andare
cammina, Signore;
affiancati e cammina con tutti i disperati
sulle strade di Emmaus;
e non offenderti se essi non sanno
che sei tu ad andare con loro,
tu che li rendi inquieti
e incendi i loro cuori;
non sanno che ti portano dentro:
con loro fermati poiché si fa sera
e la notte è buia e lunga, Signore.

Che la luce del Signore possa attraverso la nostra testimonianza illuminare il cammino di tutti coloro che incontriamo.

Don Guido Benzi
Direttore dell’Ufficio Catechistico Nazionale



[1] Origene, In Rom. VII,17, citato in E. Bianchi, “La lettura spirituale della scrittura oggi”, 217.