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Il cuore sacerdotale

Pubblicato il 20 giugno 2009 da redazione nella sezione Liturgia

Apertura dell’Anno Scerdotale
Omelia del Vescovo Mons. Francesco Beschi
Bergamo, Basilica di S. Alessandro in Colonna, 19 giugno 2009

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Cari fratelli e sorelle, in occasione dell’inizio di questo Anno Sacerdotale il Santo Padre ha scritto una Lettera di Indizione che vi invito a leggere e a meditare e che mi dà spunto per una piccola considerazione da condividere con voi.

La Lettera del Santo Padre è tutta improntata dal ricordo del Santo Curato d’Ars, del suo sacerdozio e da ciò che scaturisce dalla testimonianza che lui ci ha lasciato. All’inizio di questa Lettera il Papa scrive “Tale anno – quello che stiamo cominciando – che vuole contribuire a promuovere l’impegno di interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo d’oggi, si concluderà nella Solennità del Sacro Cuore 2010″. L’intenzione quindi è molto chiara; a questo ci disponiamo noi sacerdoti e per questo chiediamo il coinvolgimento di tutto il popolo di Dio. Dopo aver indicato questa intenzione, il Santo Padre ricorda un’espressione del Curato d’Ars e l’espressione sintetica è questa: “il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù”. Affido alla riflessione di ciascuno l’interpretazione di questa espressione che però mi offre lo spunto per condividere questa piccola considerazione che unisce il mistero del cuore di Cristo appunto al cuore del sacerdote.

L’amore di Cristo ci trasforma, trasforma in una maniera radicale la profondità del nostro essere; utilizzando le parole di cui siamo capaci, potremmo dire che trasforma il cuore di chiunque è raggiunto dal suo amore. La domanda è questa: c’è qualcosa di particolare nel cuore del sacerdote rispetto al cuore di ogni persona che è raggiunta dall’amore di Cristo? Dobbiamo sempre fare molta attenzione ad entrare nel merito di queste distinzioni… però io mi permetto di offrirvi qualche elemento di riflessione che è nato in me.

Il cuore del sacerdote come abbiamo udito dall’Apostolo non può non essere abitato da Cristo. Ma, in realtà, l’Apostolo lo dice di ogni battezzato: “che Cristo abiti nei vostri cuori”. Perché voglio richiamare questa esigenza di un “cuore sacerdotale”?

Perché quando qualcuno bussa alla porta, alla vita, al cuore di un sacerdote pensa sicuramente di trovarvi Cristo. Questo è ciò che ci è consegnato, questo è ciò che è atteso. E’ vero: in una relazione tra sposi cristiani bisogna riconoscere che c’è questa bellezza e, in ultima analisi, nel cuore della sposa e della sposo, il suo sposo e la sua sposa alla fine attendono di poter incontrare l’amore di Cristo; ma anche in una relazione di amicizia tra battezzati: una vera amicizia conduce a Cristo e, in ultima analisi, nella comunità cristiana ognuno di noi è abitato da Cristo e quindi in qualche modo ci attendiamo, secondo le diverse vocazioni, di potere incontrare Cristo nei nostri fratelli. Ma è indiscutibile: non solo per l’immagine sociale o ecclesiale che il sacerdote riveste ma proprio per la sua vocazione e la sua missione che è quella di poter offrire alle persone che gli si rivolgono – o meglio a tutti, perché il cuore del sacerdote per missione è rivolto a tutti – questa possibilità.

E se bussano al suo cuore possono trovarlo abitato da Cristo, perché in ultima analisi è proprio per questo che vengono a bussare al nostro cuore.

C’è una seconda notazione di questo “cuore sacerdotale”, che non può non essere un cuore eucaristico: l’Eucarestia è dono e direi – se possibile usare questa parola – patrimonio di tutta la comunità, ma certamente il sacerdote ordinato ha questo compito misterioso, altissimo di presiedere nella persona di Cristo stesso il mistero dell’Eucarestia. Sotto questo profilo un “cuore sacerdotale” è sicuramente un cuore orante. Cari fratelli e sorelle, spero mi possiate capire, la piccola testimonianza che intendo dare è questa: da quando sono divenuto Vescovo di Bergamo prego molto di più e mi rendo conto come il nostro ministero sacerdotale sia prima e essenzialmente preghiera per il nostro popolo. Un cuore eucaristico è un cuore che prega, che prega incessantemente, che prega per il popolo di Dio. Un cuore eucaristico è un cuore nel quale le parole che risuonano sulla nostra bocca quando consacriamo il pane ed il vino diventano le parole che danno forma al nostro cuore e alla nostra esistenza: “questo il mio corpo, questo il mio sangue dato per voi”.

E vi è un terzo tratto: un “cuore sacerdotale” è un cuore – e anche qui mi perdonerete questa espressione – tenero. In che senso tenero? Uno dei rimproveri più severi che Gesù rivolge alle guide del suo popolo è la durezza di cuore; al contrario della durezza di cuore ci sta la tenerezza del cuore che però non assume dei toni melensi come inizialmente potremmo pensare; la tenerezza del cuore in ultima analisi è comprensione; la durezza di cuore è incomprensione, è incomprensione di Cristo, della sua opera, e, nella sua opera, della manifestazione dell’amore di Dio. La comprensione invece non è giustificazione come oggi a volte viene assunta: giustificazione dell’ingiustificabile. Noi abbiamo trasformato comprensione in giustificazione di quello che a volte è non proprio giustificabile. La comprensione è quel rendere tutto della persona, della storia, del mondo – compreso il male e il peccato – così come l’ha fatto il Signore Gesù. Questo è il cuore non di una tenerezza melensa ma di quella comprensione che il Signore Gesù per primo ha esercitato e come suoi ministri ci chiede di esercitare.

Cari fratelli e sorelle, preghiamo per i sacerdoti, preghiamo per questo cuore “sacerdotale”, preghiamo perché questo cuore non sia proprio candidato all’infarto perché un cuore così rischia di essere candidato all’infarto; preghiamo perché l’unione profonda con il cuore di Cristo ci renda capaci di un cuore che in qualche modo si avvicini al suo e, nello stesso tempo, ce ne faccia percepire la gioia, la profonda realizzazione della nostra esistenza. Così, alla luce appunto di questo spunto che il Santo Padre, ricordando la grande figura del Curato d’Ars, ci offre, vogliamo aprire l’Anno Sacerdotale nella nostra Chiesa diocesana e vogliamo entrare ancora più profondamente nei santi misteri che stiamo celebrando.

† Francesco Beschi

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foto: Yuri Colleoni

Il viaggio della vita

Pubblicato il 1 giugno 2009 da redazione nella sezione Liturgia, Ufficio

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Omelia ai Cresimandi di Mons. Beschi
Cattedrale di Bergamo, Pentecoste 2009

[Siete stati chiamati per nome ed avete risposto “eccomi!”] E’molto importante questo primo gesto, importante perché non è semplicemente un appello – sappiamo che ci siete – ma il vostro “eccomi” è proprio una risposta ad una chiamata e questa chiamata è quella di Gesù, quel Gesù che avete conosciuto in questi anni della vostra infanzia fino ad ora che siete diventati giovani, e questo Gesù vi chiama ad essere suoi amici. Quindi la vostra risposta è non semplicemente “io ci sono” ma “io ci sto a questa amicizia, ho conosciuto Gesù e sono contento di essere suo amico”.

Cari ragazzi e ragazze, voi ricevete il dono dello Spirito il giorno in cui la Chiesa in tutto il mondo celebra la Festa dello Spirito: lo Spirito di Dio promesso da Gesù scende sugli Apostoli nel giorno di Pentecoste e comincia la grande avventura cristiana, l’avventura cioè di amici e amiche che credono in Gesù e che lo portano con le loro voci, con i loro volti, con le loro vite in ogni angolo del mondo. Questa avventura, in questo momento, coinvolge anche voi.

Don Giuseppe, all’inizio, ha parlato del viaggio della vita e qualche istante fa, nel Vangelo, abbiamo sentito questa parola: Gesù promette lo Spirito Santo e dice “Egli ci guiderà alla verità tutta intera” (Gv 16,13). Sapete quale verità? La verità della vita. Noi possiamo conoscere tante verità ma la verità più importante di tutte – quella che è importante per voi oggi, ma che non è meno importante per me, per i vostri genitori, per le persone che sono qui con voi in questo momento… – è la verità della vita.

“Lo Spirito Santo vi guiderà alla verità tutta intera”, vale a dire alla possibilità di comprendere non solo con la testa, non solo con il cuore, ma con tutto voi stessi che cos’è questa “benedetta vita”, che è la cosa più preziosa, perché sono io, sono i miei giorni, sono quello che mi succede e quello che decido io.

Mentre ascoltavo don Giuseppe e immaginavo questo viaggio della vita, pensavo che viaggiando si vedono città diverse, viaggiando si vede cambiare lo scenario davanti ai nostri occhi; nel viaggio della vita vedrete cambiare tante città, tanti scenari, ma – carissimi ragazzi e ragazze – il viaggio della vita, tra le cose meravigliose che porta con sé, è che cambiamo noi. Non cambia semplicemente il mondo attorno a noi ma la cosa più sorprendente è che cambiamo noi.

In questo momento, voi lo sapete molto bene, i vostri cari sono un po’ trepidanti non perché ricevete la Cresima – anzi sono molto contenti di questo – ma perché state cambiando. Voi state vivendo un periodo della vita in cui il cambiamento è assolutamente vistoso, visibile e veloce; ci sono delle cose che cambiano e non dipendono da noi: si cresce – si cresce velocemente e meno velocemente – il nostro volto anche quello cambia un po’; ci sono delle cose che non dipendono da noi, ma ci sono delle cose che dipendono da noi.

Allora voi potete cambiare perché imparate tante cose, potete cambiare perché la fortuna vi è compagna, la sfortuna vi ha colpito; potete cambiare perché nella vostra famiglia avviene qualcosa di bello che provoca un cambiamento o qualcosa di brutto – io non vi auguro – che però provoca altri cambiamenti. Ma, ragazzi e ragazze, la cosa più importante è come cambiamo dentro, alla fine “come vogliamo essere”. Lo dico a voi che state crescendo ma lo ricordo anche a tutti noi, fratelli e sorelle: certo, la vita è fatta di eventi che provocano dei cambiamenti non solo fuori di noi ma anche in noi. Alla fine, però, noi siamo quello che decidiamo di essere.

Cari ragazzi e ragazze, lo possiamo decidere da soli: “io voglio essere una persona importante… io voglio essere una persona che tutti ammirano… io voglio essere un bravo ragazzo… io voglio essere una persona simpatica… io voglio essere capace di raggiungere dei traguardi che altri non hanno mai raggiunto, io…”. Ognuno di noi può decidere questo, facendo i conti con la vita che a sua volta mette in gioco anche degli imprevisti, ma facendo i conti soprattutto – cari ragazzi e ragazze – con Qualcun Altro; non solo con la fortuna o la sfortuna, ma con Qualcun Altro.

E’ importante che noi decidiamo chi vogliamo essere, ma io vi dico che è bello poterlo decidere non da soli. Noi non diventeremo mai grandi da soli: noi diventiamo grandi se siamo capaci di amare, diventiamo grandi perché Qualcuno ci ha amato. Voi diventate grandi, diventate uomini e donne… ma diventate grandi dentro nella misura in cui sentite che c’è qualcuno che vi vuol bene e, cari fratelli e sorelle, è stato così per noi ed è così per i nostri figli e continua ad esserlo anche se siamo diventati persone adulte.

Ma ad un certo punto uno scopre che non gli basta essere amato ma che lui diventa capace di amare: questo è diventare grandi; allora io divento quello che voglio nel viaggio della vita che mi cambia ma non solo per fortuna o sfortuna e nemmeno solo perché lo voglio io… la cosa meravigliosa è che tutto questo avviene dentro dei rapporti, delle relazioni, delle amicizie: l’amore.

Io credo che voi l’abbiate già sperimentato: potete avere tutti i regali del mondo, potete avere la casa bella, potete avere tutto, la scuola che va bene, potete avere i giochi che preferite… ma se manca un amico o un’amica veri, se nella vostra casa c’è un’atmosfera non bella, allora uno può avere tutto ma è come se non riuscisse a respirare, a crescere, a diventare grande.

Dio che ci ha fatto, tutto questo lo sa; ma non lo sa soltanto, lo fa: Lui, per primo, ci ha amato e perché non ne dubitassimo ci ha dato suo Figlio; e perché le parole di Gesù non ci risultassero delle belle favole, Lui è morto per noi. Cosa vogliamo di più per credere che l’amore di Dio è vero e ci fa diventare grandi?

Tutto questo, cari ragazzi e ragazze, non è perché lo dico io e nemmeno semplicemente perché lo ascoltiamo in un libro, ma ci è comunicato attraverso lo Spirito di Dio: Dio non ci dice soltanto una parola, non ci dà soltanto un insegnamento, non ci affida soltanto un ricordo (Gesù, una gran brava persona… vogliamo un po’ essere con Lui….), ma ci comunica il suo Spirito, la sua vita, il suo cuore, la sua persona.

E noi viviamo così. Io vi dico – e lo ricordo anche a voi, cari fratelli e sorelle – che ogni volta che noi, nella nostra coscienza, a partire dalla fede, riconosciamo ed accogliamo il dono dello Spirito di Dio, le parole di Vangelo – quelle che ci fanno grandi, quelle che ci fanno uomini e donne e che vorremmo facessero uomini e donne veri i nostri figli – diventano vere ed in qualche misura anche possibili dentro una storia che è anche quella dei nostri limiti e delle nostre contraddizioni, ma che è animata da un principio inesauribile che è proprio lo Spirito di Dio.

Cari ragazzi e ragazze, vi siete preparati; ora ricevete con tanta semplicità e tanta gioia questo Spirito di Dio che è come una sorgente inesauribile di vita: qualsiasi cosa vi succeda nella vita, sappiate che quello Spirito non vi abbandonerà mai.

“Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono”: è il sigillo per sempre, Dio con voi.


† Francesco Beschi
Vescovo di Bergamo

Uomini del cielo

Pubblicato il 25 maggio 2009 da redazione nella sezione Liturgia, Ufficio

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Video e Testo integrale dell’omelia
di mons. Beschi

Ordinazioni Sacerdotali, 23 maggio
Cattedrale di Bergamo

 

 

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Omelia di Mons. Beschi

Vescovo di Bergamo
Ordinazioni Sacerdotali 2009

Cari fratelli, care sorelle,
questa celebrazione si staglia in un orizzonte molto ricco.

E’ innanzitutto l’orizzonte simbolico rappresentato dal ritorno nella nostra Cattedrale, in questa splendida Cattedrale: dopo alcuni anni dedicati appunto al suo restauro si celebrano nuovamente le Ordinazioni Sacerdotali nella Chiesa Cattedrale, che dice simbolicamente la bellezza ed il mistero della Chiesa diocesana, della Chiesa locale. E questo orizzonte simbolico si arricchisce di una circostanza che non vogliamo dimenticare, vale a dire l’imminenza dell’apertura dell’Anno Sacerdotale che sarà un anno – come il Santo Padre lo vuole – di particolare preghiera, di riflessione, di crescita nella consapevolezza nei sacerdoti e nelle comunità di questo ministero a servizio del popolo di Dio, indispensabile per il popolo di Dio, che oggi abbiamo la gioia di conferire a questi nostri fratelli.

Vi è poi un altro elemento, un altro tratto di questo orizzonte ed è il tratto esistenziale: abbiamo davanti a noi i volti e le vite di fratelli giovani cresciuti innanzitutto nelle loro famiglie, ed io desidero davanti a tutta la comunità e a nome di tutta la comunità dire il profondo grazie a voi papà e mamme, a voi tutti fratelli, sorelle, nonni e nonne e parenti… la grande famiglia dentro la quale questi giovani sono cresciuti. E mentre guardiamo a voi con affetto e riconoscenza non possiamo non guardare alla grande comunità del Seminario e dire grazie a tutti coloro che vi si adoperano. E’ veramente un dono di Dio particolarissimo questo nostro Seminario e preghiamo che il Signore ce lo conservi con la ricchezza delle esperienze che manifesta e testimonia e che mi auguro tutti possano conoscere ed apprezzare.

Questo orizzonte esistenziale è fatto anche dalle vostre comunità parrocchiali, le comunità in cui siete stati battezzati, le comunità in cui siete cresciuti, le comunità che avete servito, a partire dalle vostre comunità di origine, poi attraverso la crescita del vostro ministero, nelle altre comunità che pure avete incontrato ed incontrato con affetto e dalle quali avete ricevuto per la vostra maturazione e formazione e che hanno contribuito a questo momento che state vivendo. Grazie quindi a tutte le nostre comunità parrocchiali, ai sacerdoti, particolarmente ai sacerdoti che si sono accompagnati al vostro cammino esistenziale, e, se permettete, in questo momento anche ai Vescovi, il Vescovo Roberto, il Vescovo Lino che voi conoscete da quando siete giovanissimi, alcuni proprio dalla loro adolescenza, dalla loro fanciullezza, come sacerdoti da sempre li avete conosciuti e quindi un grazie anche a loro. E’ un sentimento che non solamente abbellisce questa celebrazione ma diventa “eucaristia” in questa celebrazione; è un sentimento che penso scaturisce dai vostri cuori, da quello dell’intera Chiesa bergamasca e anche, profondamente, dal mio.

Questo orizzonte che sto tratteggiando è fatto poi di una dimensione sorprendente: è l’orizzonte del cielo. La dimensione sorprendente è quella dell’infinito: è un orizzonte infinito, è l’orizzonte del cielo. Perché? Perché questo solenne rito e questo mistero che stiamo celebrando – che è capace di toccare e trasformare la profondità del vostro essere e quindi della vostra vita – appunto avviene nella solennità dell’Ascensione di Gesù al cielo. E noi non vogliamo vederla semplicemente come una specie di combinazione estrinseca – per caso, quest’anno, la celebrazione avviene nell’Ascensione del Signore… – ma vedere proprio in questo mistero del Signore il mistero di cui voi siete protagonisti e destinatari.

Guardiamo Gesù che ascende al cielo per comprendere noi stessi: noi tutti cari fratelli e sorelle, ma certamente voi, carissimi, e ciò che avviene in voi e per voi a favore di tutti gli uomini. Abbiamo udito appunto le testimonianze: “mentre lo guardavano fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi; essi stavano fissando il cielo mentre Egli se ne andava e gli angeli si rivolgono ai discepoli del Signore uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” (cfr At 1,9-12)
Il cielo è il mondo di Dio? E’ il mondo di Dio: noi e tutti gli uomini pregando innalzano lo sguardo e i cuori al cielo e Gesù stesso nella sua preghiera dice “Padre nostro che sei nei cieli” (Mt 6,9). Il cielo è il tesoro della Grazia, perché appunto abbiamo udito nella testimonianza che ci viene dagli apostoli “asceso in alto ha distribuito doni agli uomini” (Ef 4,8), come proprio se dal cielo, come una specie di scrigno di grazie, si effondesse sugli uomini ogni genere di benedizioni.

Ma il cielo rappresenta per il credente, per il cristiano, la patria. Il cielo rappresenta quindi il motivo della nostra speranza e il cielo rappresenta nella fede il compimento delle speranze. L’apostolo Paolo ci introduce a comprendere profondamente il mistero del cielo in cui Cristo ascende; dice l’Apostolo: “colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli per essere pienezza di tutte le cose… egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri per preparare i fratelli a compiere il ministero allo scopo di edificare il corpo di Cristo finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza in Cristo.” (Ef 4,10-13)
Nel cielo quindi si staglia l’uomo perfetto che è Cristo Signore.

Un autore contemporaneo ha rappresentato il cielo come una specie di cappa: gli uomini cercano di andare al cielo, di scoprire il cielo ma è come se fossero bloccati da un confine insormontabile, le loro navi spaziali – nel suo racconto – rimangono appese al cielo come le stelline su un albero di Natale, e gli ultimi messaggi che arrivano da quelle navi dicono appunto ” siamo arrivati nel…” e non si capisce ma gli uomini intuiscono… il cielo sta sopra di noi, il mondo sta sopra di noi, il mondo di Dio sta sopra di noi, ma è una specie di cappa che ci impedisce di essere liberi.

Cari fratelli, care sorelle, alcuni percepiscono Dio, il suo mondo come un limite alla realizzazione dell’uomo. Percepiscono Dio come una specie di confine, di ostacolo alla nostra piena realizzazione. Per qualcuno il cielo è incombente, Dio è un limite alla nostra umanità.

Ma alcuni altri oggi hanno svuotato il cielo. Il Santo Padre in un’esclamazione pregnante, intensa dice: “Il cielo non è vuoto” (Benedetto XVI, Spe Salvi, 5). Perché? Perché per alcuni lo è, e qualcuno pensa che la grande sapienza consista proprio nello svuotare il cielo: Dio non è un ostacolo e, in realtà, è assolutamente inutile, è superfluo; non serve Dio. L’uomo non ha bisogno di Dio. Il cielo è semplicemente vuoto.

Ma vi è il cielo della fede, il cielo della fede che è il cielo abitato da Dio ma, misteriosamente – nel senso dentro il suo progetto che ci supera e che ci meraviglia continuamente – dallo stesso Cristo Gesù suo Figlio, il Figlio di Dio diventato uomo. Il cielo della fede non è un ostacolo all’umanità, il cielo della fede non è vuoto e dichiarante l’inutilità di Dio. Il cielo della fede è la pienezza della vita umana perché questa pienezza non ci è rappresentata da qualche ideale, ma ci è rappresentata da Cristo Signore.

Carissimi, e carissimi fratelli e sorelle, spero che le mie parole non vi siano sembrate lontane da ciò che stiamo per vivere. Voi, cari fratelli, state proprio diventando uomini del cielo. Guardiani del cielo? come gli angeli che sono apparsi ai discepoli o come quelli che Dio ha messo a guardia del Paradiso terrestre? O piuttosto “portinai” del cielo, coloro che aprono la porta del cielo per gli uomini?
Le parole che abbiamo ascoltato dicono che voi diventate i testimoni del cielo di Dio che è la pienezza di Cristo nella storia degli uomini. In questo senso siete uomini del cielo. Non perché distratti, ma perché testimoni della grandezza dell’umanità di Cristo che ci rivela l’amore di Dio nella storia. Questo diventate. E siete testimoni della verità e dell’amore di Dio in Cristo Gesù, testimoni con tutta la vostra esistenza, con ogni istante della vostra esistenza, non soltanto nei momenti intensi, anche se a volte molto dimessi dal punto di vista della solennità delle celebrazioni. Ogni istante della vostra vita, voi ministri ordinati per la fede e la salvezza del popolo di Dio, diventa una testimonianza, nella storia, di Cristo Signore e di pienezza di umanità che Cristo Signore ha raggiunto, ha rappresentato e che si colloca così nel cielo.

Ma voi in questo momento diventate anche evangelizzatori del cielo così come abbiamo udito nel Vangelo: andate e non solo ogni istante della vita sia testimonianza dell’amore di Dio nella persona di Gesù Cristo, ma ogni creatura possa ricevere da voi il lieto annunzio della pienezza umana nella persona di Cristo Gesù. Annunciatelo ad ogni creatura senza distinzione, “ad ogni creatura” (Mc 16,15) proprio quasi che il Signore volesse dire che ogni creatura nella sua individualità, nella sua unicità è in attesa di questo annuncio di speranza e che Lui vi manda ad ogni creatura che affiderà alle vostre vite, affiderà alle vostre mani, alla vostra missione.

E infine voi diventate uomini di cielo perché siete edificatori del corpo di Cristo così come ci ha detto l’Apostolo “fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.” (Ef 4,14). Edificate la Chiesa; voi evidentemente non esaurite la Chiesa, ma il vostro compito è di partecipare all’edificazione della Chiesa, di questo corpo di Cristo, cari fratelli e sorelle, che siamo noi nella storia e nel mondo e che è chiamato a crescere e a rappresentare la pienezza di umanità che Cristo stesso ha rappresentato nella sua storia così come la raccogliamo nel Vangelo.
Dice il Santo Padre: “Noi abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo; è Lui la misura del vero umanesimo. Adulta non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità, adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo; è questa amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere il vero e il falso, l’inganno e la verità. Questa fede adulta noi dobbiamo maturare e – dice il Santo Padre proprio a voi – a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo” (cfr. J. Ratzinger, Omelia nella Messa Pro eligendo Romano Pontifice, 18 aprile 2005)

Carissimi è grande, immensa, infinita come il cielo la missione che il Signore vi affida, ma non abbiate paura. Ancora nel Vangelo udiamo questa parola straordinaria, quella che proprio connota il nostro ministero a differenza di ogni altra missione: “il Signore agiva insieme con loro” (Mc 16,20).

E sia questa la speranza e la certezza che accompagna tutta la vostra vita e ogni gesto del vostro ministero.

† Francesco Beschi
Vescovo di Bergamo