
«Andavano tutti» è scritto «a farsi registrare, ciascuno nella sua città». Mi ha molto colpito quest’ anno questa imposizione: tutti intruppati, tutti costretti nel medesimo cammino; tutti nell’ atto che riduce ogni persona a un numero. Un atto che è quasi espressione estrema della brutalità d’ogni potere, d’ogni potere umano che tratta gli uomini come un gregge di pecore. E un movimento che distrugge la dignità: e quanti, quanti sono ancora oggi i movimenti, oserei dire i riti sociali, le pressioni dall’ alto e dal basso che ci fanno numero e ci deprivano della nostra autentica dignità. E, pensate, questo del censimento, questo andar a farsi registrare sembrava il grande evento, l’unico registrato nel diario degli uomini. E invece nella notte inizia un altro paradossale – sì, lasciatemelo dire – paradossale movimento, piccolo, insignificante, non verso i troni del corrotto potere, non verso la grande città, verso la piccola!, verso un bambino nella mangiatoia. E questo movimento non è ancora finito, noi siamo una piccola parte di questa carovana. Che cosa vediamo? Un segno di speranza e l’indicazione di un cammino. Un segno di speranza.
Lasciatemelo dire: un Dio sul trono, nella sua incorrotta distanza, non ci avrebbe preso più di tanto il cuore.
Ora un Dio della mangiatoia – perché di una mangiatoia si tratta – un Dio nel disagio, un Dio della strada, perché in un certo senso è nato sulla strada, e quindi Dio di un popolo in cammino, in cammino nei passaggi non facili della storia, – come non facile è il passaggio dei giovani popoli – un Dio così ci prende il cuore. Un segno di speranza e l’indicazione di un cammino.
Ricordo le parole di Tommaso da Celano che, del Presepe vivente di Greccio voluto da Francesco d’Assisi, scrive: «Risplende la semplicità evangelica si loda la povertà si raccomanda l’umiltà».
E mi chiedo se non siano queste, proprio queste le virtù da risuscitare, la semplicità evangelica, la povertà, l’umiltà, virtù dimenticate, ma a qual prezzo!

Virtù del Presepe. Virtù della strada.
La semplicità evangelica che non è infantilismo, né – tanto meno – semplicioneria. Questo bambino ti riconduce all’ essenziale. E, dunque, puntare all’ essenziale e sapere ciò che conta e ciò che non conta, ciò che vale molto e ciò che vale poco.
La povertà, o forse potremmo usare un’ altra parola più trasparente: la sobrietà. Questo bambino che assomiglia a tanti, troppi bambini che ci inquietano fin nel più profondo del cuore dagli schermi televisivi, questo bambino mette più di un sospetto su tanti nostri sconfinamenti dalla sobrietà.
E infine l’umiltà.
Dai palchi, dagli alti palchi – ve lo dicevo altre volte – dai palchi alti si vede così poco, si capisce così poco. Questo bambino ci dice, come un giorno l’apostolo Paolo: «Non fatevi un’idea troppo grande di voi stessi. Non aspirate a cose alte, piegatevi invece a quelle umili». Semplicità evangelica, sobrietà, umiltà perché il Presepe non rimanga solo un rito delle chiese, ma passi nella vita.
Angelo Casati
Ricordare le sue parole