Articoli marcati con tag ‘cinema’

I quattrocento colpi

Pubblicato il 5 luglio 2010 da redazione nella sezione Biblioteca

400_blows_v1“L’infelicità dell’infanzia si riflette su tutta la vita
e mette nel cuore dell’uomo una fonte di malinconia…”

Trama:

Antoine Doinel, un ragazzo parigino di dodici anni, svogliato ed irrequieto, preoccupa seriamente i suoi genitori. Spinto da un’indole insofferente e ribelle combina ogni sorta di guai. D’altra parte l’ambiente della famiglia e il comportamento dei genitori non possono esercitare un’influenza favorevole sul suo sviluppo. Antoine è nato da una relazione prematrimoniale della madre, la quale, anche dopo sposata, non ha rinunciato ad allacciare relazioni irregolari. Il patrigno è un uomo debole, sciocco e presuntuoso, sempre pronto ad attaccare lite con la moglie e a rinfacciarle quanto ha fatto per lei e per Antoine, dando un nome ed una casa ad un figlio non suo. Il ragazzo, che si trova a disagio in famiglia ed è incompreso a scuola, comincia a marinare le lezioni e a vagabondare per Parigi in compagnia dell’amico Renè, spendendo senza risparmio i soldi che è riuscito a racimolare. Sorpreso a rubare una macchina da scrivere nell’ufficio del patrigno, Antoine viene messo in una casa di correzione: i genitori sono lieti di potersi liberare di lui e della responsabilità che loro spetta per il suo comportamento. Nell’istituto il ragazzo è costretto a umilianti esperienze, finché un giorno decide di evadere. Approfittando di un rallentamento della sorveglianza riesce a fuggire ma non torna a casa. Prima di affrontare l’ignoto, vuole soddisfare un desiderio che da molto tempo nutre nel segreto dell’animo: vedere il mare.


Scheda:

Nel corso della sua lunga esperienza di critico cinematografico, precedente la carriera di cineasta, François Truffaut ebbe l’occasione di confermare a più riprese il proprio disprezzo per l’immagine dell’infanzia proposta dal cinema a lui contemporaneo. Gli unici due film che il giovane critico portava come esempi di una maniera diversa di raffigurare il mondo dei bambini erano Zero in condotta (Zéro de conduite, 1933) di Jean Vigo e Germania anno zero (1947) di Roberto Rossellini. Probabilmente è proprio a partire da quelle motivazioni e traendo ispirazione dalle due opere appena citate che, per il suo esordio, il regista francese scelse di girare un film che avesse per protagonista un adolescente.

I quattrocento colpi si distacca, infatti, dagli stereotipi scelti all’epoca per descrivere il mondo dell’infanzia: la scuola, la famiglia, tutte le istituzioni sociali vengono messe in discussione da questo film che sottopone a un’impietosa analisi le loro responsabilità nel costruire dei soggetti – i ragazzi – privi di una reale possibilità di scelta di fronte alla vita.

È sicuramente la famiglia l’istituzione sociale che dal film esce più malconcia: la madre sembra rinfacciare continuamente ad Antoine il fatto di essere arrivato a sproposito nella sua vita – lo ha avuto quando era ancora giovanissima – e forse anche di essere stato la causa del suo frettoloso matrimonio con un uomo che non ama. Non c’è da meravigliarsi che, la prima scusa che venga in mente ad Antoine per motivare l’ennesima assenza da scuola sia l’invenzione della morte di sua madre. Nella spontanea ingenuità di questa bugia c’è tutto il risentimento nei confronti di una donna dalla quale sa di non essere stato mai amato: durante un colloquio al correzionale con una psicologa – che, significativamente, resta per tutta la durata dell’interrogatorio fuori campo, identificandosi con l’occhio della macchina da presa che qui diviene puro e semplice strumento d’inquisizione – Antoine confessa di aver saputo che la madre avrebbe preferito abortire. Persino la collocazione all’interno dell’appartamento è indicativa della posizione di precarietà occupata dal ragazzo in seno alla famiglia: il suo letto è ricavato nell’angusto ingresso della casa, quasi a suggerire la sua liminarità rispetto al nucleo familiare. Estraneità avvalorata dal fatto che Antoine dorme in un sacco a pelo, quasi che, al primo errore commesso, debba tenersi pronto a partire.

La scuola, incarnata nell’odioso maestro – un personaggio grottesco che riassume su di sé tutte le altre figure repressive del racconto – è, all’interno dell’economia narrativa, soltanto la prima di una lunga serie di istituzioni sociali con le quali Antoine si ritroverà a fare i conti: se esiste una crescita del protagonista all’interno del film questa passa attraverso una piccola escalation criminale che lo porterà dalla scuola al correzionale.

les400coups

I quattrocento colpi ci mostra, infatti, quanto sia ottusa e implacabile la logica degli adulti che si ostinano a leggere nel comportamento ribelle del ragazzo, diretto inconsciamente ad attirare su di sé l’attenzione degli altri, le premesse di un’inclinazione al crimine in realtà inesistente. Il dramma di Antoine – e, più in generale, di tutti gli adolescenti – è, in fondo, proprio questo: lanciare una serie di segnali cui raramente gli adulti riescono ad assegnare il giusto significato. Non essendoci, all’interno di questa falsa dialettica, possibilità di comunicazione, può esistere soltanto uno spostamento sempre ulteriore della trasgressione alle regole imposte dal mondo adulto.

Ma l’omaggio che Truffaut rende al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza non risiede solo nella logica implacabile con cui è strutturato il racconto, bensì soprattutto nella capacità del regista di restituire, con una libertà stilistica fino ad allora mai sperimentata, un senso di complicità verso quel mondo trasmessa attraverso la forza di alcune immagini sicuramente memorabili. Una fra tutte può essere quella in cui, durante un dettato in classe, uno dei compagni di Antoine pasticcia con l’inchiostro il quaderno, arrivando a strapparne tutti i fogli: una sequenza che diviene metafora dell’impossibilità per i bambini di star dietro alle regole dettate dagli adulti.

Il senso di commossa partecipazione di Truffaut alle vicende di Antoine Doinel – il film fu definito dallo stesso autore una “sintesi oggettiva” della sua adolescenza – sarà ulteriormente testimoniata dal fatto che il regista continuerà a seguire l’evoluzione del personaggio fino alla fine degli anni Settanta, attraverso altri quattro film, tutti interpretati dall’attore Jean-Pierre Léaud – qui alla sua prima interpretazione – che, a partire da I quattrocento colpi, diventerà una delle icone cinematografiche di un’intera generazione.

François Truffaut
Les quatre cents coups
France 1959 – B/N – 93′

Alla luce del sole

Pubblicato il 11 settembre 2009 da redazione nella sezione Biblioteca

padre_pino_puglisi1

Era un uomo solo, disarmato.
Per fermarlo lo chiamarono padre, perché era un sacerdote.
L’assassino, 28 anni, 13 omicidi alle spalle, teneva in pugno una pistola col silenziatore.
Un altro, mentendo, disse: “È una rapina”.
L’uomo disse solo tre parole: “Me lo aspettavo”.
Sorrise, come faceva sempre con tutti.
E fu l’ultimo dei suoi sorrisi.

La storia di Don Pino Puglisi, il parroco assassinato dalla mafia a Palermo nel quartiere Brancaccio il giorno del suo 56°compleanno, il 15 settembre 1993.
La sua avventura come parroco nel quartiere d’infanzia aveva avuto inizio nel 1990, quando don Pino si trova davanti lo spettacolo della chiesa vuota, proprio come il prete di Bergman in “Luci d’inverno”, e decide che i parrocchiani se li andrà a cercare. Senza tonaca, con scoppola e maglione, gironzola in bici, osserva, si informa e invita i ragazzi sbandati a venire a giocare in parrocchia. Strumento infallibile di catechesi, il pallone diventa un pretesto per insegnare che bisogna comportarsi secondo le regole. Il sacerdote rifiuta la bustarella della corruzione e presta il suo aiuto dove può, fa lezione, insegna come si leggono i giornali, guida la processione di San Gaetano contro il banchetto spendaccione dei potenti, raccoglie firme. Ma di fronte ai caroselli dei picciotti in motoretta giubilanti per l’ eccidio di Giovanni Falcone e la sua scorta, non esita a denunciare dal pulpito gli assassini invitandoli a uscire allo scoperto. Come risposte si susseguono un incendio doloso, una brutale aggressione in casa e infine un’ esecuzione sommaria tanto ineluttabile che il regista, con ispirata finezza, non sente il bisogno di banalizzarla facendo risuonare gli spari. E se per paura la gente chiude le imposte e transita davanti al cadavere come se non ci fosse, i bambini accorrono a ingentilire il feretro con i loro giocattoli. Ai ragazzi di strada, “angeli” cresciuti all’Inferno, quell’uomo era capace di ridare la speranza in una vita diversa. Don Pino non riconosceva il potere della mafia e con il suo esempio stava invitando la gente del quartiere a riappropriarsi della libertà negata. Per la mafia era un individuo troppo pericoloso che “toglieva i ragazzini dalla strada e rompeva le scatole”. Ora in Vaticano è all’esame presso la Congregazione per le cause dei Santi il suo processo di beatificazione come martire.

alla-luce-1

Cos’è una vita
una vita nella vita
immensa incommensurabile.
La mia ha preso senso
dal non esser più, dall’essermi
stata tolta…
ma non era mia,
era del mondo, era della vita.
Signore, la mia vita
in te, presso di te è misteriosamente
tua e mia.
Pure tra gli uomini,
i poveri, i reietti
tra i quali sono stato
a faticare, questo almeno resti:
gli uomini d’onore non sono neanche uomini,
sono meno che uomini, si degradano da soli
al rango di animali
aiutali
a liberarsi dall’indegnità
ma aiuta prima di tutto le loro vittime.
Aiuta, ti prego, coloro che li aiutano.

Mario Luzi, Il fiore del dolore – Prologo

Con queste parole, nel 2003, il poeta toscano rifletteva sul mistero del male a partire dal sacrificio di don Puglisi, se Dio è onnipotente, come spiegare la presenza del male nella vita, esso non è mai sconfitto del tutto, c’è il libero arbitrio: la scelta tra il bene e il male è nostra, fra le tenebre e la luce, scelsero le tenebre ricorda amaramente San Giovanni nel prologo del suo vangelo.
In questo dramma, Luzi intravede “uno sprazzo di luce sul mistero del male e sulla fecondità dell’amore”. Convinto che il bene trionferà sul male, egli scopre il significato profetico di una testimonianza straordinaria come quella del sacerdote palermitano, in essa scorge il valore redentivo della sofferenza innocente. L’apice dell’amore è visivamente interpretato dal sorriso che don Pino rivolge al suo carnefice, a colui che gli strappa la vita: quel sorriso nel momento del dolore è segno del trionfo del bene e della grazia, in quel momento egli non dona cose sue, ma la propria vita, convinto che chi ama è nato a quella vita che in morir s’espande e ne gode intensamente fino a sorridere. Col suo sorriso converte il sicario ridonandogli la dignità di uomo. All’apparente sconfitta di Dio si contrappone, dunque, la sicura vittoria di Dio e di questa il sorriso del martire ne è chiara manifestazione.

Prendendo spunto dal dramma di Luzi in cui dialogano tra loro vari personaggi, fra i quali il sicario, l’opinionista e il giudice, si potrebbe metterlo in scena coi giovani e avviare da esso la riflessione.

alla-luce-2

Scheda per il lavoro catechistico…

· Quale Notizia può essere Bella per gli abitanti di Brancaccio?
Per riflettere sulle scelte compiute da don Pino considera la realtà che il sacerdote trova, la vita e le prospettive dei ragazzi in quel quartiere degradato.

· Come interpreti la metafora della vita dei ragazzi al Brancaccio rappresentata dal regista con la sequenza terribile in cui i ragazzini raccolgono gatti randagi per farli sbranare dai cani usati nei combattimenti per le scommesse clandestine. Dopo lo scontro di due grossi cani, quello più grave, viene lanciato dai ragazzi dall’alto di un palazzo in costruzione.

· In che modo possiamo dire che don Pino manifesta il cuore paterno di Dio ? Cosa pensi di questo sacerdote?

· E’ possibile donare speranza a chi ormai l’ha persa e si è rassegnato ad una vita di soprusi e omertà ? qual è il  prezzo della testimonianza cristiana ?

· Dopo le prime “avvertenze”  don Pino prova paura, ma va avanti nel tentativo di cambiare le cose, di insegnare a guardare verso l’alto e percorrere strade diverse. Era un illuso, un incosciente, da dove nasce la sua forza e costanza?

· Quando avviene la strage di Capaci, in cui trova la morte il giudice Giovanni Falcone, con dolore immenso sr Carolina e don Pino assistono al carosello festante dei ragazzi in motorino che gridano: “Abbiamo vinto” e con lo spray scrivono sui muri “W la mafia”.
Il sacerdote prende la parola e lo fa dall’altare, con i paramenti indosso (dettaglio non secondario): “Con queste vittime innocenti, un giudice, sua moglie, la sua scorta, hanno voluto colpire tutti gli uomini di buona volontà, per metterli a tacere! Per intimidirli!… ma è proprio questo il momento di reagire! È proprio questo il momento di alzare la testa! Il solo modo di onorare la memoria di chi ha dato la vita per la nostra libertà, è quello di chiedere, di pretendere, di ottenere, quello che da sempre promesso non ci viene mai dato! [...] Noi, di Brancaccio, di pazienza non ne abbiamo più!”
Dalle parole passa ai fatti, portando in televisione la denuncia riguardo agli scantinati di via Hazon: deposito clandestino di esplosivi e droga, potrebbero diventare invece la scuola di quartiere. Quale ruolo ha la Chiesa di fronte ai drammi della società ?

· La vicenda umana del sacerdote palermitano come provoca la nostra vita di credenti, la nostra realtà comunitaria, la tua vita di testimonianza?


cover2ALLA LUCE DEL SOLE

Regia: Roberto Faenza

Italia, 2004
Genere: DRAMMATICO – BIOGRAFICO, 89 min.
Destinatari: Adolescenti/Giovani/Adulti.




La volpe e la bambina

Pubblicato il 22 agosto 2009 da redazione nella sezione Biblioteca

locandinaTrama in quattro stagioni

Autunno: l’incontro

Una bambina che abita vicino alla montagna si ferma spesso, tornando da scuola, sotto un grande faggio per osservare le meraviglie della natura. Qui un giorno vede vicinissima, come mai le era successo, una volpe dal pelo fulvo, come i suoi capelli. La volpe sta saltando a caccia di topi campagnoli. All’improvviso la volpe fissa gli occhi in quelli della bambina. Poi fugge via. Da quel momento la bambina vuole la volpe, già la chiama “la mia volpe”.

Inverno: l’attesa

La bambina va in cerca della volpe, sulla neve è facile trovare le sue orme. Ma la neve può essere infida, la bambina cade e si rompe una gamba. Immobile nella sua camera pensa alla sua volpe, che deve affrontare i pericoli dell’inverno: la fame, la lince in cerca di preda, gli uomini, decisi a catturare le volpi “cattive”.

Primavera: la ricerca

Al ritorno della primavera la bambina è di nuovo nei prati alla ricerca della sua volpe, che nel frattempo ha avuto dei cuccioli. Seduta sul grande faggio la bambina aspetta pazientemente, finché, attirata dalle briciole di pane, la volpe si avvicina, lasciandosi sfiorare dalla bambina e permettendole di seguirla.

Estate: la perla

La volpe porta la bambina in un luogo proibito ai piccoli, “Il calderone dei giganti”, fatto di ruscelli sotterranei, dirupi, gole contorte. La bambina segue la volpe fin dentro una grotta, piena di stalattiti e stalagmiti. Qui trova una perla di calcare. Dopo una notte passata nella foresta , tra fruscii, strida, fischi paurosi e ombre mostruose finalmente al mattino la bambina trova accanto a sé la volpe, alla quale la bambina ha dato il nome di Titou. La loro amicizia è fatta di giochi e tenerezze, fino a quando un giorno la bambina decide di portare la volpe nella sua cameretta. Ma Titou si sente prigioniera e scappa lanciandosi dalla finestra. La bambina la riporta nella foresta. La rivedrà ancora per qualche tempo, poi mai più.

Anni dopo la bambina, ormai grande, racconta la storia a suo figlio, nella stessa cameretta di un tempo.

la-volpe-0

Scheda catechistica

Luc Jacquet, regista del sorprendente “La marcia dei pinguini” (2006), che è stato biologo prima di essere cineasta, continua a raccontarci gli animali dal loro punto di vista e a mostrarci quanto essi ci possano educare. Qui la protagonista è la volpe, onnipresente nelle favole d’ogni tempo (da Esopo a Fedro, da La Fontaine ai fratelli Grimm) e considerata dall’immaginario popolare come dotata di caratteristiche umane: furbizia, invidia, avarizia. Jacquet s’ispira a un suo ricordo d’infanzia, quando ebbe un affascinante incontro con una volpe sulle montagne dell’Ain, nella regione francese Rhône-Alpes, dove egli è nato. La volpe e la bambina racconta la nascita, gli ostacoli e lo sviluppo di un’amicizia quasi impossibile. Il risultato si pone tra il documentario naturalistico di fattura convenzionale e la favola ecologista a finalità pedagogica. Gli animali del film (dalla volpe a tutti i comprimari ovvero porcospini, rane, lupi, linci, orsi, cerbiatti, ricci, ermellini, ma anche uccelli e molti insetti) sono davvero protagonisti, ma non solo: essi non sono mai né antropomorfizzati né parlanti come nella favole classiche. Il racconto è narrato in voice over (voce fuori campo) dalla bambina, ma il percorso è sempre di rispetto e ascolto verso l’animale, verso il suo ambiente naturale e la sua condizione diversa dall’essere umano.

la-volpe-e-la-bambinaIn questo racconto di formazione, lo stesso sviluppo psicologico della bambina si misura con il ciclo di vita della volpe e dei suoi simili: quindi esso sarà “stagionale” e “naturale”, modellato sul conflitto predatore-preda, sul corteggiamento, la sessualità e la maternità, come sui rischi causati dall’uomo cacciatore e sull’opposizione cattività/libertà. Solo seguendo liberamente Titou, lontano dalle sicurezze (casa, genitori), la bambina può apprendere direttamente i comportamenti e il “carattere” della sua amica, nonché comprendere tutta la ricchezza della biodiversità. Come in una storia d’amore. E come quando la piccola si smarrisce nello scenario molto affascinante delle grotte, finendo drammaticamente sola in una notte rischiarata dalla luna, poi protetta da tutti gli animali della foresta. La Natura può anche essere paurosa e crudele. Quindi il rispetto (l’amore) non deve prescindere dalla conoscenza reciproca e dalla coscienza delle differenze, anche se la volpe è un animale “di soglia”. Infatti, considerata un predatore in quanto animale selvaggio, la volpe è insieme molto curiosa e disposta ad avvicinarsi agli uomini e alle città.

La struttura classica della fiaba è rispettata, ma è ribaltata dal punto di vista: l’eroina non è la bambina ma la volpe, com’è nel titolo. L’evoluzione fiabesca del racconto con la conquista della libertà, tra Antagonisti (lupi, orsi, linci e cacciatori) e Aiutanti, va considerata sempre dal punto di vista della volpe-eroina. Anche il finale è solo la dimostrazione dell’”irriducibilità” della volpe alla vita umana e alle sue convenzioni. La tragedia si fa parabola. È un passaggio utile a dare l’ultima lezione  alla bambina sulla libertà. “Non è possibile un’amicizia con la volpe senza fraintendimenti. Bisogna aspettarla”, dice la giovane madre al figlioletto.

Il comportamento della bambina ha un tocco d’inattualità, ma è tanto necessario in una società frenetica e inquinata come la nostra. In tal senso la scelta di due location molto distanti tra loro, come le montagne francesi dell’Ain e il Parco Nazionale d’Abruzzo vale a ricreare un “ambiente ideale”, in una combinazione di pezzi diversi di Natura. Secondo il regista, “La marcia dei pinguini” racconta una storia già scritta dalla Natura, mentre “La volpe e la bambina” racconta la Natura vista dall’infanzia. Per questo c’è una mescolanza di messa in scena e riprese “rubate”: una parte selvaggia per rispecchiare i comportamenti della volpe e una parte di finzione per la bambina.

7 spunti  di riflessione

la-volpe-21.  All’inizio il comportamento della bambina è modellato su quello degli adulti: dal possesso all’astuzia, dalla caccia alla cattura. Poi il rapporto tra i protagonisti cambia quando sarà la volpe a invitare la bambina nel suo territorio. L’esplorazione si fa, allora, scoperta di meraviglie e contatto con le bellezze naturali. A far paura alla bambina sarà sempre la sua immaginazione, più che la presa di coscienza dei comportamenti reali della piccola amica.

Prova a descrivere il tuo personale dialogo con la Natura, con gli esseri che vi abitano.
Ricorda qualche episodio in cui Gesù prendendo spunto dai ritmi e dalle leggi naturali educa l’uomo.

2.  L’amicizia tra la volpe e la bambina richiama quella de “Il piccolo principe”: perché?

“Bisogna essere molto pazienti” rispose la volpe “In principio tu ti siederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono fonte di malintesi.  Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…”  (Antoine de Saint Exupéry, Il Piccolo Principe)

3.  L’AUTUNNO è tempo di avvicinamento e incrocio di sguardi.

La volpe mi fissò : è l’inizio di un amore che interpella la libertà .

Rifletti su questo significato accostando alla sequenza filmica il brano del giovane ricco nel vangelo di Marco ( Mc 10,17-22 ) Allora Gesù, fissatolo, lo amò…

4.  L’INVERNO è segno della lunga attesa, immobile. La bambina, per via della frattura alla gamba, è costretta a casa per tutto l’inverno,ma non dimentica la ‘sua’ volpe, che nel frattempo lotta con il freddo, la fame , la lince.

Ti viene in mente un passo dove l’umanità è come ingessata, bloccata, non può mettersi alla ricerca di Dio, pur desiderandolo?

5.  LA PRIMAVERA traspira d’attesa mobile e paziente. La bambina cerca la volpe e l’attende per ore con attenzione vigile e desiderio. Prova a rileggere alcuni versi dal libro del Cantico dei Cantici che descrivono la ricerca e l’attesa della sposa.

6.  L’ESTATE suggella l’amicizia nella grotta. La volpe conduce la bambina in una grotta segreta, dove trovano una perla, simbolo della loro alleanza. Finalmente la volpe si concede alle carezze della bimba. Ripensa all’unione sponsale di Dio con l’uomo; alla figura di Maria, giardino segreto e grotta incorrotta.
Rileggi la parabola della perla preziosa in Mt 13,45-46

7.  Rifletti sulle regole dell’amore così come si comprendono dal film e confrontale nel rapporto con Dio. (L’amore cercato, atteso, celato, la paura di smarrimento, possesso e dono gratuito e incondizionato…) La bambina cerca di portare la volpe in casa, piegandola alle sue esigenze. La volpe si lascia mettere il collare ma poi si fa male. Amore non è possedere, l’amore è gratuito e rispettoso della libertà dell’altro. Dio rispetta sempre la libertà dell’uomo nelle sue interpellanze d’amore, ma l’uomo rispetta la libertà di Dio, la sua logica, o cerca di piegarLo alle esigenze proprie?

la-volpe-4