Pubblicato il 29 dicembre 2011 da redazione nella sezione Formazione
Lumière du monde
7 gennaio 2012
Istituto Suore Sacramentine, Via S. Antonino 8 – Bergamo
ore 9,00 - Accoglienza e preghiera
ore 9.30 - Introduzione al Corso
Sguardo dell’illusione e grammatica del cinema
ore 10.40 – break
ore 11.00 – Proiezione
ore 12.00 – Analisi filmica – prima parte
ore 12.30 – Pranzo
ore 14.30 – Analisi filmica – seconda parte
ore 16.30 – break
ore 16.50 – catechesi alla Lumière – prima parte
8 gennaio 2012
ore 9.00 – Ritrovo e preghiera
ore 9.20 – catechesi alla Lumière – seconda parte
ore 11.30 – S. Messa
ore 12.30 – pranzo conclusivo
N.B. Chi volesse ancora iscriversi al Corso può inviare un messaggio direttamente a ufficiocatechistico@curia.bergamo.it
o telefonare in Curia (035.278.111)
Pubblicato il 25 novembre 2011 da redazione nella sezione Formazione
CATECHESI & CINEMA
Un pomeriggio d’inverno. La sala del cinema è gremita, ci sono bambini di cinque anni e ragazzi di 17 . Ma anche i nonni. Il film in programma è di quelli che piacciono a grandi e piccini, E.T, l’extraterrestre di Steven Spielberg narra l’amicizia tra un bambino ed un piccolo alieno, due creature diverse, che sfidano l’incomprensione degli adulti. È un film del 1982, quasi vent’anni fa. In sala si fa silenzio, più di due ore di assoluto silenzio. Nel caos di ogni giorno. Una magia del cinema.
I grandi sorridono a vedere i bimbi più piccoli accompagnare il film con l’innocenza e la spontaneità che loro, i grandi, hanno dimenticato: battono le mani, rivolgono parole di incoraggiamento al piccolo alieno, chiedono ai babbi e alle mamme con vocine preoccupate se Et sia malato per davvero, dopo che è stato catturato dagli scienziati malvagi, e se potrà guarire. La scena finale, quella dell’addio di Et all’amico Elliot, commuove tutti. Nessuno uscendo dalla sala trattiene le lacrime, neppure loro i grandi. E nessuno si vergogna a farsi vedere con gli occhi lucidi. Nel caos dell’indifferenza quotidiana. Anche questa è una magia.
Ecco, altre parole si possono dire, e si diranno, su cosa sia il cinema. Ma più belle di queste forse non ce ne sono. Perché raccontano di un’esperienza collettiva, uno stare assieme, oggi così raro, senza differenza di età, davanti ad immagini in movimento, accompagnate da parole, musica, fotografia, recitazione. Un’esperienza di bellezza, nelle forme e nei contenuti, che penetra le menti ed i cuori, suscitando idee ed emozioni, forse piccole scelte, seppur piccole, di vita quotidiana. Il cinema fa questa magia. Per uno sguardo Oltre.
CORSO di METODOLOGIA CATECHISTICA
su Passione e Risurrezione nel cinema
La magia del cinema è una via di bellezza sulla quale far correre anche la Parola di verità che viene ad abitare le nostre vite e diventa strumento efficace per l’annuncio evangelico ad ogni età . Ecco perché ai primi dell’anno vogliamo riproporre l’iniziativa purtroppo rimandata a giugno sperando che stavolta in tanti riescano a beneficiare di questa occasione formativa offerta dall’Ufficio. Di seguito riportiamo le informazioni utili per far sì che la lettura diventi scelta e adesione:
Bergamo 7 e 8 Gennaio 2012
Sabato 7: ore 9.00 – 19.00
Domenica 8: dalle 9.00 fino al pranzo
presso:Istituto Suore Sacramentine Via S.Antonino,8 – Bergamo
Pubblicato il 5 luglio 2010 da redazione nella sezione Biblioteca
“L’infelicità dell’infanzia si riflette su tutta la vita
e mette nel cuore dell’uomo una fonte di malinconia…”
Trama:
Antoine Doinel, un ragazzo parigino di dodici anni, svogliato ed irrequieto, preoccupa seriamente i suoi genitori. Spinto da un’indole insofferente e ribelle combina ogni sorta di guai. D’altra parte l’ambiente della famiglia e il comportamento dei genitori non possono esercitare un’influenza favorevole sul suo sviluppo. Antoine è nato da una relazione prematrimoniale della madre, la quale, anche dopo sposata, non ha rinunciato ad allacciare relazioni irregolari. Il patrigno è un uomo debole, sciocco e presuntuoso, sempre pronto ad attaccare lite con la moglie e a rinfacciarle quanto ha fatto per lei e per Antoine, dando un nome ed una casa ad un figlio non suo. Il ragazzo, che si trova a disagio in famiglia ed è incompreso a scuola, comincia a marinare le lezioni e a vagabondare per Parigi in compagnia dell’amico Renè, spendendo senza risparmio i soldi che è riuscito a racimolare. Sorpreso a rubare una macchina da scrivere nell’ufficio del patrigno, Antoine viene messo in una casa di correzione: i genitori sono lieti di potersi liberare di lui e della responsabilità che loro spetta per il suo comportamento. Nell’istituto il ragazzo è costretto a umilianti esperienze, finché un giorno decide di evadere. Approfittando di un rallentamento della sorveglianza riesce a fuggire ma non torna a casa. Prima di affrontare l’ignoto, vuole soddisfare un desiderio che da molto tempo nutre nel segreto dell’animo: vedere il mare.
Scheda:
Nel corso della sua lunga esperienza di critico cinematografico, precedente la carriera di cineasta, François Truffaut ebbe l’occasione di confermare a più riprese il proprio disprezzo per l’immagine dell’infanzia proposta dal cinema a lui contemporaneo. Gli unici due film che il giovane critico portava come esempi di una maniera diversa di raffigurare il mondo dei bambini erano Zero in condotta (Zéro de conduite, 1933) di Jean Vigo e Germania anno zero (1947) di Roberto Rossellini. Probabilmente è proprio a partire da quelle motivazioni e traendo ispirazione dalle due opere appena citate che, per il suo esordio, il regista francese scelse di girare un film che avesse per protagonista un adolescente.
I quattrocento colpi si distacca, infatti, dagli stereotipi scelti all’epoca per descrivere il mondo dell’infanzia: la scuola, la famiglia, tutte le istituzioni sociali vengono messe in discussione da questo film che sottopone a un’impietosa analisi le loro responsabilità nel costruire dei soggetti – i ragazzi – privi di una reale possibilità di scelta di fronte alla vita.
È sicuramente la famiglia l’istituzione sociale che dal film esce più malconcia: la madre sembra rinfacciare continuamente ad Antoine il fatto di essere arrivato a sproposito nella sua vita – lo ha avuto quando era ancora giovanissima – e forse anche di essere stato la causa del suo frettoloso matrimonio con un uomo che non ama. Non c’è da meravigliarsi che, la prima scusa che venga in mente ad Antoine per motivare l’ennesima assenza da scuola sia l’invenzione della morte di sua madre. Nella spontanea ingenuità di questa bugia c’è tutto il risentimento nei confronti di una donna dalla quale sa di non essere stato mai amato: durante un colloquio al correzionale con una psicologa – che, significativamente, resta per tutta la durata dell’interrogatorio fuori campo, identificandosi con l’occhio della macchina da presa che qui diviene puro e semplice strumento d’inquisizione – Antoine confessa di aver saputo che la madre avrebbe preferito abortire. Persino la collocazione all’interno dell’appartamento è indicativa della posizione di precarietà occupata dal ragazzo in seno alla famiglia: il suo letto è ricavato nell’angusto ingresso della casa, quasi a suggerire la sua liminarità rispetto al nucleo familiare. Estraneità avvalorata dal fatto che Antoine dorme in un sacco a pelo, quasi che, al primo errore commesso, debba tenersi pronto a partire.
La scuola, incarnata nell’odioso maestro – un personaggio grottesco che riassume su di sé tutte le altre figure repressive del racconto – è, all’interno dell’economia narrativa, soltanto la prima di una lunga serie di istituzioni sociali con le quali Antoine si ritroverà a fare i conti: se esiste una crescita del protagonista all’interno del film questa passa attraverso una piccola escalation criminale che lo porterà dalla scuola al correzionale.
I quattrocento colpi ci mostra, infatti, quanto sia ottusa e implacabile la logica degli adulti che si ostinano a leggere nel comportamento ribelle del ragazzo, diretto inconsciamente ad attirare su di sé l’attenzione degli altri, le premesse di un’inclinazione al crimine in realtà inesistente. Il dramma di Antoine – e, più in generale, di tutti gli adolescenti – è, in fondo, proprio questo: lanciare una serie di segnali cui raramente gli adulti riescono ad assegnare il giusto significato. Non essendoci, all’interno di questa falsa dialettica, possibilità di comunicazione, può esistere soltanto uno spostamento sempre ulteriore della trasgressione alle regole imposte dal mondo adulto.
Ma l’omaggio che Truffaut rende al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza non risiede solo nella logica implacabile con cui è strutturato il racconto, bensì soprattutto nella capacità del regista di restituire, con una libertà stilistica fino ad allora mai sperimentata, un senso di complicità verso quel mondo trasmessa attraverso la forza di alcune immagini sicuramente memorabili. Una fra tutte può essere quella in cui, durante un dettato in classe, uno dei compagni di Antoine pasticcia con l’inchiostro il quaderno, arrivando a strapparne tutti i fogli: una sequenza che diviene metafora dell’impossibilità per i bambini di star dietro alle regole dettate dagli adulti.
Il senso di commossa partecipazione di Truffaut alle vicende di Antoine Doinel – il film fu definito dallo stesso autore una “sintesi oggettiva” della sua adolescenza – sarà ulteriormente testimoniata dal fatto che il regista continuerà a seguire l’evoluzione del personaggio fino alla fine degli anni Settanta, attraverso altri quattro film, tutti interpretati dall’attore Jean-Pierre Léaud – qui alla sua prima interpretazione – che, a partire da I quattrocento colpi, diventerà una delle icone cinematografiche di un’intera generazione.
François Truffaut
Les quatre cents coups
France 1959 – B/N – 93′