“Carissimi sacerdoti,
gli uomini e le donne del nostro tempo ci chiedono soltanto di essere fino in fondo sacerdoti e nient’altro.“
Benedetto XVI, 12 marzo 2010
“Carissimi sacerdoti,
gli uomini e le donne del nostro tempo ci chiedono soltanto di essere fino in fondo sacerdoti e nient’altro.“
Benedetto XVI, 12 marzo 2010
In vista della 44a Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali, Benedetto XVI ha scritto un Messaggio che offre indicazioni decisive in vista di una catechesi ed evangelizzazione ad ampio respiro, attenta alle nuove potenzialità informatiche intese come dono dello Spirito a chi, con umiltà, si mette oggi al servizio del Risorto.
Vogliamo riportare alcuni passi di questo importante Messaggio legato all’Anno Sacerdotale, rinnovando l’invito ai catechisti e ai sacerdoti bergamaschi di cogliere anche nel nostro blog la possibilità non solo di una formazione ed informazione ma anche di una condivisione diocesana e sovradiocesana che alimenti il dibattito, il confronto su quanto ci lega e ci sta più a cuore.
I moderni mezzi di comunicazione sono entrati da tempo a far parte degli strumenti ordinari, attraverso i quali le comunità ecclesiali si esprimono, entrando in contatto con il proprio territorio ed instaurando, molto spesso, forme di dialogo a più vasto raggio, ma la loro recente e pervasiva diffusione e il loro notevole influsso ne rendono sempre più importante ed utile l’uso nel ministero sacerdotale… Compito primario del Sacerdote è quello di annunciare Cristo, la Parola di Dio fatta carne, e comunicare la multiforme grazia divina apportatrice di salvezza mediante i Sacramenti. (…)
Il mondo digitale, ponendo a disposizione mezzi che consentono una capacità di espressione pressoché illimitata, apre notevoli prospettive ed attualizzazioni all’esortazione paolina: “Guai a me se non annuncio il Vangelo!” (1 Cor 9,16). Con la loro diffusione, pertanto, la responsabilità dell’annuncio non solo aumenta, ma si fa più impellente e reclama un impegno più motivato ed efficace.
Ai Presbiteri è richiesta la capacità di essere presenti nel mondo digitale nella costante fedeltà al messaggio evangelico, per esercitare il proprio ruolo di animatori di comunità che si esprimono ormai, sempre più spesso, attraverso le tante “voci” scaturite dal mondo digitale, ed annunciare il Vangelo avvalendosi, accanto agli strumenti tradizionali, dell’apporto di quella nuova generazione di audiovisivi (foto, video, animazioni, blog, siti web), che rappresentano inedite occasioni di dialogo e utili mezzi anche per l’evangelizzazione e la catechesi.
Attraverso i moderni mezzi di comunicazione, il Sacerdote potrà far conoscere la vita della Chiesa e aiutare gli uomini di oggi a scoprire il volto di Cristo, coniugando l’uso opportuno e competente di tali strumenti, acquisito anche nel periodo di formazione, con una solida preparazione teologica e una spiccata spiritualità sacerdotale, alimentata dal continuo colloquio con il Signore.
Più che la mano dell’operatore dei media, il Presbitero nell’impatto con il mondo digitale deve far trasparire il suo cuore di consacrato, per dare un’anima non solo al proprio impegno pastorale, ma anche all’ininterrotto flusso comunicativo della “rete”.
Anche nel mondo digitale deve emergere che l’attenzione amorevole di Dio in Cristo per noi non è una cosa del passato e neppure una teoria erudita, ma una realtà del tutto concreta e attuale. La pastorale nel mondo digitale, infatti, deve poter mostrare agli uomini del nostro tempo, e all’umanità smarrita di oggi, che “Dio è vicino; che in Cristo tutti ci apparteniamo a vicenda”.
“Era un uomo solo, disarmato.
Per fermarlo lo chiamarono padre, perché era un sacerdote.
L’assassino, 28 anni, 13 omicidi alle spalle, teneva in pugno una pistola col silenziatore.
Un altro, mentendo, disse: “È una rapina”.
L’uomo disse solo tre parole: “Me lo aspettavo”.
Sorrise, come faceva sempre con tutti.
E fu l’ultimo dei suoi sorrisi.“
La storia di Don Pino Puglisi, il parroco assassinato dalla mafia a Palermo nel quartiere Brancaccio il giorno del suo 56°compleanno, il 15 settembre 1993.
La sua avventura come parroco nel quartiere d’infanzia aveva avuto inizio nel 1990, quando don Pino si trova davanti lo spettacolo della chiesa vuota, proprio come il prete di Bergman in “Luci d’inverno”, e decide che i parrocchiani se li andrà a cercare. Senza tonaca, con scoppola e maglione, gironzola in bici, osserva, si informa e invita i ragazzi sbandati a venire a giocare in parrocchia. Strumento infallibile di catechesi, il pallone diventa un pretesto per insegnare che bisogna comportarsi secondo le regole. Il sacerdote rifiuta la bustarella della corruzione e presta il suo aiuto dove può, fa lezione, insegna come si leggono i giornali, guida la processione di San Gaetano contro il banchetto spendaccione dei potenti, raccoglie firme. Ma di fronte ai caroselli dei picciotti in motoretta giubilanti per l’ eccidio di Giovanni Falcone e la sua scorta, non esita a denunciare dal pulpito gli assassini invitandoli a uscire allo scoperto. Come risposte si susseguono un incendio doloso, una brutale aggressione in casa e infine un’ esecuzione sommaria tanto ineluttabile che il regista, con ispirata finezza, non sente il bisogno di banalizzarla facendo risuonare gli spari. E se per paura la gente chiude le imposte e transita davanti al cadavere come se non ci fosse, i bambini accorrono a ingentilire il feretro con i loro giocattoli. Ai ragazzi di strada, “angeli” cresciuti all’Inferno, quell’uomo era capace di ridare la speranza in una vita diversa. Don Pino non riconosceva il potere della mafia e con il suo esempio stava invitando la gente del quartiere a riappropriarsi della libertà negata. Per la mafia era un individuo troppo pericoloso che “toglieva i ragazzini dalla strada e rompeva le scatole”. Ora in Vaticano è all’esame presso la Congregazione per le cause dei Santi il suo processo di beatificazione come martire.
Cos’è una vita
una vita nella vita
immensa incommensurabile.
La mia ha preso senso
dal non esser più, dall’essermi
stata tolta…
ma non era mia,
era del mondo, era della vita.
Signore, la mia vita
in te, presso di te è misteriosamente
tua e mia.
Pure tra gli uomini,
i poveri, i reietti
tra i quali sono stato
a faticare, questo almeno resti:
gli uomini d’onore non sono neanche uomini,
sono meno che uomini, si degradano da soli
al rango di animali
aiutali
a liberarsi dall’indegnità
ma aiuta prima di tutto le loro vittime.
Aiuta, ti prego, coloro che li aiutano.
Mario Luzi, Il fiore del dolore – Prologo
Con queste parole, nel 2003, il poeta toscano rifletteva sul mistero del male a partire dal sacrificio di don Puglisi, se Dio è onnipotente, come spiegare la presenza del male nella vita, esso non è mai sconfitto del tutto, c’è il libero arbitrio: la scelta tra il bene e il male è nostra, fra le tenebre e la luce, scelsero le tenebre ricorda amaramente San Giovanni nel prologo del suo vangelo.
In questo dramma, Luzi intravede “uno sprazzo di luce sul mistero del male e sulla fecondità dell’amore”. Convinto che il bene trionferà sul male, egli scopre il significato profetico di una testimonianza straordinaria come quella del sacerdote palermitano, in essa scorge il valore redentivo della sofferenza innocente. L’apice dell’amore è visivamente interpretato dal sorriso che don Pino rivolge al suo carnefice, a colui che gli strappa la vita: quel sorriso nel momento del dolore è segno del trionfo del bene e della grazia, in quel momento egli non dona cose sue, ma la propria vita, convinto che chi ama è nato a quella vita che in morir s’espande e ne gode intensamente fino a sorridere. Col suo sorriso converte il sicario ridonandogli la dignità di uomo. All’apparente sconfitta di Dio si contrappone, dunque, la sicura vittoria di Dio e di questa il sorriso del martire ne è chiara manifestazione.
Prendendo spunto dal dramma di Luzi in cui dialogano tra loro vari personaggi, fra i quali il sicario, l’opinionista e il giudice, si potrebbe metterlo in scena coi giovani e avviare da esso la riflessione.
Scheda per il lavoro catechistico…
· Quale Notizia può essere Bella per gli abitanti di Brancaccio?
Per riflettere sulle scelte compiute da don Pino considera la realtà che il sacerdote trova, la vita e le prospettive dei ragazzi in quel quartiere degradato.
· Come interpreti la metafora della vita dei ragazzi al Brancaccio rappresentata dal regista con la sequenza terribile in cui i ragazzini raccolgono gatti randagi per farli sbranare dai cani usati nei combattimenti per le scommesse clandestine. Dopo lo scontro di due grossi cani, quello più grave, viene lanciato dai ragazzi dall’alto di un palazzo in costruzione.
· In che modo possiamo dire che don Pino manifesta il cuore paterno di Dio ? Cosa pensi di questo sacerdote?
· E’ possibile donare speranza a chi ormai l’ha persa e si è rassegnato ad una vita di soprusi e omertà ? qual è il prezzo della testimonianza cristiana ?
· Dopo le prime “avvertenze” don Pino prova paura, ma va avanti nel tentativo di cambiare le cose, di insegnare a guardare verso l’alto e percorrere strade diverse. Era un illuso, un incosciente, da dove nasce la sua forza e costanza?
· Quando avviene la strage di Capaci, in cui trova la morte il giudice Giovanni Falcone, con dolore immenso sr Carolina e don Pino assistono al carosello festante dei ragazzi in motorino che gridano: “Abbiamo vinto” e con lo spray scrivono sui muri “W la mafia”.
Il sacerdote prende la parola e lo fa dall’altare, con i paramenti indosso (dettaglio non secondario): “Con queste vittime innocenti, un giudice, sua moglie, la sua scorta, hanno voluto colpire tutti gli uomini di buona volontà, per metterli a tacere! Per intimidirli!… ma è proprio questo il momento di reagire! È proprio questo il momento di alzare la testa! Il solo modo di onorare la memoria di chi ha dato la vita per la nostra libertà, è quello di chiedere, di pretendere, di ottenere, quello che da sempre promesso non ci viene mai dato! [...] Noi, di Brancaccio, di pazienza non ne abbiamo più!”
Dalle parole passa ai fatti, portando in televisione la denuncia riguardo agli scantinati di via Hazon: deposito clandestino di esplosivi e droga, potrebbero diventare invece la scuola di quartiere. Quale ruolo ha la Chiesa di fronte ai drammi della società ?
· La vicenda umana del sacerdote palermitano come provoca la nostra vita di credenti, la nostra realtà comunitaria, la tua vita di testimonianza?
ALLA LUCE DEL SOLE
Regia: Roberto Faenza
Italia, 2004
Genere: DRAMMATICO – BIOGRAFICO, 89 min.
Destinatari: Adolescenti/Giovani/Adulti.