“L’infelicità dell’infanzia si riflette su tutta la vita
e mette nel cuore dell’uomo una fonte di malinconia…”
Trama:
Antoine Doinel, un ragazzo parigino di dodici anni, svogliato ed irrequieto, preoccupa seriamente i suoi genitori. Spinto da un’indole insofferente e ribelle combina ogni sorta di guai. D’altra parte l’ambiente della famiglia e il comportamento dei genitori non possono esercitare un’influenza favorevole sul suo sviluppo. Antoine è nato da una relazione prematrimoniale della madre, la quale, anche dopo sposata, non ha rinunciato ad allacciare relazioni irregolari. Il patrigno è un uomo debole, sciocco e presuntuoso, sempre pronto ad attaccare lite con la moglie e a rinfacciarle quanto ha fatto per lei e per Antoine, dando un nome ed una casa ad un figlio non suo. Il ragazzo, che si trova a disagio in famiglia ed è incompreso a scuola, comincia a marinare le lezioni e a vagabondare per Parigi in compagnia dell’amico Renè, spendendo senza risparmio i soldi che è riuscito a racimolare. Sorpreso a rubare una macchina da scrivere nell’ufficio del patrigno, Antoine viene messo in una casa di correzione: i genitori sono lieti di potersi liberare di lui e della responsabilità che loro spetta per il suo comportamento. Nell’istituto il ragazzo è costretto a umilianti esperienze, finché un giorno decide di evadere. Approfittando di un rallentamento della sorveglianza riesce a fuggire ma non torna a casa. Prima di affrontare l’ignoto, vuole soddisfare un desiderio che da molto tempo nutre nel segreto dell’animo: vedere il mare.
Scheda:
Nel corso della sua lunga esperienza di critico cinematografico, precedente la carriera di cineasta, François Truffaut ebbe l’occasione di confermare a più riprese il proprio disprezzo per l’immagine dell’infanzia proposta dal cinema a lui contemporaneo. Gli unici due film che il giovane critico portava come esempi di una maniera diversa di raffigurare il mondo dei bambini erano Zero in condotta (Zéro de conduite, 1933) di Jean Vigo e Germania anno zero (1947) di Roberto Rossellini. Probabilmente è proprio a partire da quelle motivazioni e traendo ispirazione dalle due opere appena citate che, per il suo esordio, il regista francese scelse di girare un film che avesse per protagonista un adolescente.
I quattrocento colpi si distacca, infatti, dagli stereotipi scelti all’epoca per descrivere il mondo dell’infanzia: la scuola, la famiglia, tutte le istituzioni sociali vengono messe in discussione da questo film che sottopone a un’impietosa analisi le loro responsabilità nel costruire dei soggetti – i ragazzi – privi di una reale possibilità di scelta di fronte alla vita.
È sicuramente la famiglia l’istituzione sociale che dal film esce più malconcia: la madre sembra rinfacciare continuamente ad Antoine il fatto di essere arrivato a sproposito nella sua vita – lo ha avuto quando era ancora giovanissima – e forse anche di essere stato la causa del suo frettoloso matrimonio con un uomo che non ama. Non c’è da meravigliarsi che, la prima scusa che venga in mente ad Antoine per motivare l’ennesima assenza da scuola sia l’invenzione della morte di sua madre. Nella spontanea ingenuità di questa bugia c’è tutto il risentimento nei confronti di una donna dalla quale sa di non essere stato mai amato: durante un colloquio al correzionale con una psicologa – che, significativamente, resta per tutta la durata dell’interrogatorio fuori campo, identificandosi con l’occhio della macchina da presa che qui diviene puro e semplice strumento d’inquisizione – Antoine confessa di aver saputo che la madre avrebbe preferito abortire. Persino la collocazione all’interno dell’appartamento è indicativa della posizione di precarietà occupata dal ragazzo in seno alla famiglia: il suo letto è ricavato nell’angusto ingresso della casa, quasi a suggerire la sua liminarità rispetto al nucleo familiare. Estraneità avvalorata dal fatto che Antoine dorme in un sacco a pelo, quasi che, al primo errore commesso, debba tenersi pronto a partire.
La scuola, incarnata nell’odioso maestro – un personaggio grottesco che riassume su di sé tutte le altre figure repressive del racconto – è, all’interno dell’economia narrativa, soltanto la prima di una lunga serie di istituzioni sociali con le quali Antoine si ritroverà a fare i conti: se esiste una crescita del protagonista all’interno del film questa passa attraverso una piccola escalation criminale che lo porterà dalla scuola al correzionale.
I quattrocento colpi ci mostra, infatti, quanto sia ottusa e implacabile la logica degli adulti che si ostinano a leggere nel comportamento ribelle del ragazzo, diretto inconsciamente ad attirare su di sé l’attenzione degli altri, le premesse di un’inclinazione al crimine in realtà inesistente. Il dramma di Antoine – e, più in generale, di tutti gli adolescenti – è, in fondo, proprio questo: lanciare una serie di segnali cui raramente gli adulti riescono ad assegnare il giusto significato. Non essendoci, all’interno di questa falsa dialettica, possibilità di comunicazione, può esistere soltanto uno spostamento sempre ulteriore della trasgressione alle regole imposte dal mondo adulto.
Ma l’omaggio che Truffaut rende al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza non risiede solo nella logica implacabile con cui è strutturato il racconto, bensì soprattutto nella capacità del regista di restituire, con una libertà stilistica fino ad allora mai sperimentata, un senso di complicità verso quel mondo trasmessa attraverso la forza di alcune immagini sicuramente memorabili. Una fra tutte può essere quella in cui, durante un dettato in classe, uno dei compagni di Antoine pasticcia con l’inchiostro il quaderno, arrivando a strapparne tutti i fogli: una sequenza che diviene metafora dell’impossibilità per i bambini di star dietro alle regole dettate dagli adulti.
Il senso di commossa partecipazione di Truffaut alle vicende di Antoine Doinel – il film fu definito dallo stesso autore una “sintesi oggettiva” della sua adolescenza – sarà ulteriormente testimoniata dal fatto che il regista continuerà a seguire l’evoluzione del personaggio fino alla fine degli anni Settanta, attraverso altri quattro film, tutti interpretati dall’attore Jean-Pierre Léaud – qui alla sua prima interpretazione – che, a partire da I quattrocento colpi, diventerà una delle icone cinematografiche di un’intera generazione.
François Truffaut
Les quatre cents coups
France 1959 – B/N – 93′
Tag: adolescenti, cinema


“L’infelicità dell’infanzia si riflette su tutta la vita e mette nel cuore dell’uomo una fonte di malinconia”: confermo!
La mia infanzia non è stata molto felice, a tal punto che una psicologa, due anni fa, si è meravigliata di come fossi riuscita lo stesso a sposarmi e ad avere una famiglia; questo però con molta sofferenza e non poche difficoltà…
Di solito chi parte male all’inizio della vita, è come se dovesse salire ai piani superiori con una scala senza gradini, arrampicandosi su per una pertica, oppure mettendo dei cilindri uno sopra l’altro come fanno gli acrobati del circo, restando in continuo equilibrio per non cadere.
Essere privati di un’infanzia felice equivale a portarsi dietro per il resto della vita dei traumi, dei complessi, dei ricordi, dei sentimenti negativi…, qualcosa che peserà come una zavorra in ogni attività, in ogni rapporto umano, …soprattutto verso se stessi. Persiste poi, sempre, quella malinconia che è il desiderio di avere ciò che non si ha avuto, che spesso prende il nome di “amore”, di un padre e una madre “normali”…
Meglio dunque che la vita sia accolta con cura e amore ed abbia tutte quelle condizioni necessarie per crescere bene!
Se però si presentano delle difficoltà…? E’ chiaro che il bambino è il fanalino di coda che somatizza tutti i problemi familiari, esprimendo il suo disagio in vari modi. Troppo comodo però incolpare di tutto il ragazzo, definendolo “difficile” ed intervenendo con una educazione “repressiva”! Troppe volte nei secoli scorsi si è usato il bastone, non solo come “tutore” per tener su la pianticella, ma come arma contro di essa. Con la scusa che andava “raddrizzato”, lo si costringeva ad assoggettarsi a punizioni e regole severe, senza però cercare di capirlo, di capire dov’era il nocciolo del problema.
Di contro, abbiamo visto anche l’inadeguatezza di un’educazione permissiva, di una eccessiva “rilassatezza” …
Ora, forse, potrebbe essere giunto il momento di guardare con occhio diverso a quel “tutore”, che viene posto a fianco della pianticella non per piegarla ma per farla crescere diritta, così come lo è il tutore, più con l’esempio che con la forza; con una “compagnia” che si fa prossimità, che tiene per mano, che sta accanto e accompagna nei momenti della crescita…