La riscrittura del testo è stato il primo esercizio proposto nel Corso di Metodologia catechistica appena conclusosi e tutto dedicato alla favola quale strumento pastorale ricco di potenzialità. Riscirvere un testo è un passaggio fondamentale per comprenderne pienamente il significato, per distinguere l’essenziale dal secondario, il senso principale dalle interpretazioni più o meno soggettive. Obbliga ad una sintesi, ed ad una sintesi personale. Costringe anche a misurarsi con la scrittura, a prendere in mano una penna, a ridire con le nostre parole quello che abbiamo colto dalla lettura o dall’ascolto.
Le pagine della Bibbia, la loro ricchezza narrativa possono diventare il punto di partenza (o di arrivo) di un percorso personale di riscrittura che aiuti i ragazzi (e gli adulti) ad arrivare “al cuore”, al senso e a ridirlo con le proprie parole, ossia con il proprio vissuto. Una necessaria premessa per l’interiorizzazione.
A Siusi ci siamo misurati con la favola del Gatto con gli stivali di Perrault, ne sono emerse riscritture molto interessanti, di carattere diverso: racconto, lettera, poesia, invito, articolo, servizio televisivo…
Un esempio? Vi proponiamo la classica favola riletta dalla parte del povero Orco… una riscrittura a firma di Giampaolo Quinzan (Nese).
L’Orco piagnone
ovverosia breve adattamento tratto dalla fiaba del Gatto con gli stivaliAi miei bambini Stefano e Silvia piace molto visitare i castelli medievali.
L’estate scorsa eravamo in Carinzia nel castello di Wittemberg, o forse era Wuttemberg o Gottemburg… non ricordo bene. Ma sentite che cosa strana ci capitò.Era ormai sera e andammo a dormire in una locanda vicino al castello, stanchi e con gli occhi pieni di tutto ciò che avevamo visto e con le orecchie colme dei suoni del giorno. Durante la notte sentimmo piangere, era come un lamento lontano, lento…. ma non si capiva di chi.
“Uh… uh… povero me! Tutta colpa di un gatto…” si sentiva da lontano.
Cauti cauti e con un po’ di paura aprimmo una porta che non avevamo notato prima: di fronte a noi un “coso” che non saprei descrivere ma che parlava e piangeva.“Chi sei?” gli chiedemmo. “Ma come, non vedete? Sono il fantasma dell’Orco e sono morto per colpa di uno stupido gatto… pensate era un gatto che non valeva niente e che un mugnaio prima di morire regalò al suo ultimo figlio. Nessuno poteva immaginare l’astuzia di quel gatto pulcioso! Riuscì perfino ad ingannare il Re con doni di poco conto ma che presentava con molta adulazione come se fossero le cose più preziose di questa terra… Non bastasse, trasformò il proprio padroncino squattrinato in un principe a cui diede tutte le mie ricchezze…”
E qui il fantasma dell’Orco si mise a piangere ancora di più: “Non m’interessa di essere morto ma di aver perso tutto il mio oro… questo sì!” ripeteva singhiozzando. “Quel gattaccio spelacchiato e ridicolo si è preso gioco di me: per provargli tutta la mia potenza mi trasformai in un topolino… ed egli mi inghiottì in un solo boccone. Povero me… povero me….” continuava a dire piangendo e lamentandosi, lamentandosi e piangendo.
Tutti noi ascoltavamo in silenzio presi dalla tristezza di quello strano Orco-fantasma. Stefano prese un fazzoletto per asciugargli le lacrime ma queste attraversarono la stoffa e caddero per terra: erano lacrime-fantasma di un Orco-fantasma.Giampaolo e Stefano
