Questo articolo è stato pubblicato il giovedì, 15 aprile 2010 alle 22:55 e classificato in Formazione.
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Riguardo alle risposte sono tutte molto belle. Invece, a proposito del \segno\ di riconoscimento, non sono molto d’accordo. In questo momento della mia vita, a seguito di esperienze personali, vorrei tanto che il \segno\ di riconoscimento dei preti fosse innanzitutto una testimonianza di vita autentica e convinta del Vangelo. Preciso: non desidero preti perfetti, già circondati dall’aureola di santità, sappiamo tutti che un prete è una persona come noi, con le sue debolezze, le sue stanchezze, le sue delusioni…. ma, come viene sollecitato ad ognuno di noi di essere segno dell’amore e della misericordia infinita di Dio per ogni uomo nel silenzio e nella semplicità della quotidianità, vorrei vedere almeno questo da parte dei preti. E non nella frenetica attività pastorale, o nella capacità di parola, potrebbe essere un \finto\ servizio silenzioso ( è sotto gli occhi di tutti) ma nei piccoli e semplici rapporti interpersonali che nessuno vede, ma che dicono tanto: nell’ascolto, nella comprensione, nel rispondere ad una richiesta di aiuto, nel trovare il tempo per farsi vicini a chi ha manifestato un disagio, un momento di sofferenza piccola o grande che sia senza preferenze di persone e soprattutto senza chiudersi in un piccolo clan di \privilegiati amici del parroco\. E’ vero, sono molto influenzata dalla mia esperienza personale, ma purtroppo l’autenticità di una persona non posso poggiarla su un’ipotesi o un’illusione ma solo da quanto vivo. Ringrazio con tutto il cuore quei preti che, nella loro semplicità di vita, sanno far toccare con mano a chi li avvicina la profonda fede che li anima, l’umiltà e lo stupore di sentirsi sempre inadeguati e piccoli di fronte alla grande fiducia che il Signore ha riposto in loro chiamandoli ad un così speciale servizio alle creatura che Egli ama follemente.
Concordo con Rachele circa la “necessita” e l’importanza che assume la possibilità di riconoscere un sacerdote quando questi parla, cammina, si presenta, ascolta, incontra le persone, esprime un concetto… rinunciando alla tonaca rinunciano anche e sopratutto a dare testimonianza e a “fare” evangelizzazione!
Belle le risposte dei preti, ma…
A Nembro ho visto per strada un giovane prete in tonaca in bicicletta. E’ stata bella anche solo l’immagine, e la tengo nel cuore.
Ma nell’anno sacerdotale, un segno di riconoscimento dell’essere preti? Maglioni, giubbini… d’accordo. Ma si confondono nella folla come … fantasmi di Cristo.
Non me ne vogliano: Fra quelli intervistati senza un segno d’appartenenza ce n’è uno che stimo moltissimo. Le risposte di tutti sono state profonde. Però ho bisogno del “segno” che li distingua, per potermi affidare anche quando non li conosco.
Dal catechismo della Chiesa cattolica:
n. 997: Che cosa significa « risuscitare »? Con la morte, separazione dell’anima e del corpo, il corpo dell’uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre anime, in forza della risurrezione di Gesù.
999 Come? Cristo è risorto con il suo proprio corpo:
Mio commento: Spero che chi nel video della gente ha parlato della resurrezione dell’anima di Gesù o chi ha detto che Gesù è vivo nel nostro cuore si vada a studiare per bene il catechismo; se viene a confessarsi da me glielo do come penitenza: mezz’ora ogni sera per almeno un anno!!!
Certo c’è da chiedersi come conciliare una certa antropologia teologica che vuole superare il dualismo tra anima e corpo e quanto ben spiegato dal catechismo della chiesa cattolica!!! Si può?
Riguardo alle risposte sono tutte molto belle. Invece, a proposito del \segno\ di riconoscimento, non sono molto d’accordo. In questo momento della mia vita, a seguito di esperienze personali, vorrei tanto che il \segno\ di riconoscimento dei preti fosse innanzitutto una testimonianza di vita autentica e convinta del Vangelo. Preciso: non desidero preti perfetti, già circondati dall’aureola di santità, sappiamo tutti che un prete è una persona come noi, con le sue debolezze, le sue stanchezze, le sue delusioni…. ma, come viene sollecitato ad ognuno di noi di essere segno dell’amore e della misericordia infinita di Dio per ogni uomo nel silenzio e nella semplicità della quotidianità, vorrei vedere almeno questo da parte dei preti. E non nella frenetica attività pastorale, o nella capacità di parola, potrebbe essere un \finto\ servizio silenzioso ( è sotto gli occhi di tutti) ma nei piccoli e semplici rapporti interpersonali che nessuno vede, ma che dicono tanto: nell’ascolto, nella comprensione, nel rispondere ad una richiesta di aiuto, nel trovare il tempo per farsi vicini a chi ha manifestato un disagio, un momento di sofferenza piccola o grande che sia senza preferenze di persone e soprattutto senza chiudersi in un piccolo clan di \privilegiati amici del parroco\. E’ vero, sono molto influenzata dalla mia esperienza personale, ma purtroppo l’autenticità di una persona non posso poggiarla su un’ipotesi o un’illusione ma solo da quanto vivo. Ringrazio con tutto il cuore quei preti che, nella loro semplicità di vita, sanno far toccare con mano a chi li avvicina la profonda fede che li anima, l’umiltà e lo stupore di sentirsi sempre inadeguati e piccoli di fronte alla grande fiducia che il Signore ha riposto in loro chiamandoli ad un così speciale servizio alle creatura che Egli ama follemente.
Concordo con Rachele circa la “necessita” e l’importanza che assume la possibilità di riconoscere un sacerdote quando questi parla, cammina, si presenta, ascolta, incontra le persone, esprime un concetto… rinunciando alla tonaca rinunciano anche e sopratutto a dare testimonianza e a “fare” evangelizzazione!
Belle le risposte dei preti, ma…
A Nembro ho visto per strada un giovane prete in tonaca in bicicletta. E’ stata bella anche solo l’immagine, e la tengo nel cuore.
Ma nell’anno sacerdotale, un segno di riconoscimento dell’essere preti? Maglioni, giubbini… d’accordo. Ma si confondono nella folla come … fantasmi di Cristo.
Non me ne vogliano: Fra quelli intervistati senza un segno d’appartenenza ce n’è uno che stimo moltissimo. Le risposte di tutti sono state profonde. Però ho bisogno del “segno” che li distingua, per potermi affidare anche quando non li conosco.
Dal catechismo della Chiesa cattolica:
n. 997: Che cosa significa « risuscitare »? Con la morte, separazione dell’anima e del corpo, il corpo dell’uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre anime, in forza della risurrezione di Gesù.
999 Come? Cristo è risorto con il suo proprio corpo:
Mio commento: Spero che chi nel video della gente ha parlato della resurrezione dell’anima di Gesù o chi ha detto che Gesù è vivo nel nostro cuore si vada a studiare per bene il catechismo; se viene a confessarsi da me glielo do come penitenza: mezz’ora ogni sera per almeno un anno!!!
Certo c’è da chiedersi come conciliare una certa antropologia teologica che vuole superare il dualismo tra anima e corpo e quanto ben spiegato dal catechismo della chiesa cattolica!!! Si può?