Dai nostri “sì” quotidiani al nostro “sì” ultimo
Mons. Jean-Pierre Batut, Vescovo Ausiliare di Lyon
Ecco il testo integrale della conferenza tenuta da Mons. Jean-Pierre Batut a Lourdes all’inizio di giugno sulla fede cristiana in relazione ai “Novissimi”, secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica.
Nostra traduzione a cura di Liliana Moretti:
Spesso pensiamo che il nostro “sì” stia dietro di noi: per esempio, che si sia già realizzato quando abbiamo impegnato la nostra vita nel matrimonio, nella vita religiosa, ecc. In realtà, il nostro “sì” è sempre davanti a noi, poiché dobbiamo acconsentire fino alla fine con ciò che abbiamo scelto. E il “sì” più difficile è quello che conclude la nostra vita.
Desidero parlarvi di ciò che si identifica a volte con le realtà ultime, cioè l’incontro di Dio che è lo scopo della nostra vita. Perché? Perché non ne parliamo abbastanza! Affermiamo, naturalmente, il fatto “attendo la resurrezione dei morti e la vita del modo che verrà; ritornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”…Ma non parliamo abbastanza del come.
Quindi, occorre parlarne: se non lo facciamo, favoriamo ogni genere di credenze in sostituzione, come la reincarnazione, che vengono a riempire un vuoto, ma che non hanno niente a che vedere con la fede cristiana.
Inoltre, i fini ultimi sono uno dei campi nei quali, come cristiani, abbiamo le cose più originali da dire. Abbiamo una quantità di cosa da dire in tanti altri campi: l’Europa, la crisi economica….Ma in questi settori altri possono dire le nostre stesse cose, e dirle perfino meglio. Sui fini ultimi, se noi tacciamo, nessuno potrà dire al posto nostro ciò che abbiamo da dire.
1. L’insegnamento della Chiesa conduce in primo luogo alla resurrezione.
La sola Scrittura è avara di dettagli su ciò che ci attende dopo la morte. Il teologo ortodosso Jean-Claude Larchet scrive: “La Scrittura sottolinea il carattere imprevedibile della morte (“voi non conoscete né il giorno né l’ora” Mt. 15,13). Essa ci dà delle indicazioni sulla sua origine (Rm 5,12). Ci annuncia la resurrezione futura dei corpi e la vita eterna del Regno che viene, ma non ci dà praticamente informazioni sul periodo che separa la morte di ogni persona dal giudizio finale e universale e dalla resurrezione alla fine dei tempi”. Lazzaro, in effetti, non ci ha lasciato delle memorie che ci raccontano ciò di cui aveva fatto esperienza al momento della sua morte e durante i suoi tre giorni nella tomba. Tuttavia, la tradizione della Chiesa ha chiarito il dato della Scrittura. Il Catechismo della Chiesa cattolica (CCC) raccoglie questa eredità.
- Il CCC inizia con l’affermare la fede nella resurrezione, e cita San Paolo: “Se il Cristo non è resuscitato, vana è la nostra predicazione, vana anche la vostra fede” (1Cor 15, 12-14). Egli sottolinea poi che Gesù ha legato la fede nella resurrezione alla sua stessa persona (“Io sono la Resurrezione e la Vita” Gv 11, 25), così che essere testimone del Cristo porta ad essere testimone della sua resurrezione (cf. At 1,22).
- Il CCC si pronuncia quindi sul come della resurrezione. Lo fa partendo dalla resurrezione del Cristo, e afferma due cose essenziali:
- il Cristo è resuscitato con il suo stesso corpo (Lc 24,39)
- la sua resurrezione non è il semplice ritorno a una vita terrena: egli ha ormai un “corpo di gloria” (Fil 3,21), un “corpo spirituale” (1Cor 15, 44)
Ciò che vale per il Cristo vale anche per noi. Siamo certi che al momento della resurrezione noi resusciteremo nel nostro corpo e non nel corpo di un altro: ognuno potrà riconoscere gli altri ed essere riconosciuto da loro, come ci riconosciamo in questa vita. Allo stesso tempo, vivremo con un corpo glorioso, sottratto alle leggi dello spazio e del tempo e alle leggi della corruzione.
- Infine, nella fede cristiana, non potrebbe esserci che la resurrezione del mio corpo. Nell’intervallo tra la morte e la resurrezione, non andrò ad abitare altri corpi. Quando sarà terminato il corso unico della nostra vita terrestre, noi non torneremo più ad altre vite terrene: gli uomini non muoiono che una volta (Eb 9,27). Non c’è “reincarnazione” dopo la morte (CCC 1013).
2. La definizione della morte e la questione dell’anima
- La medicina ha delle cose da dire a proposito della morte: essa la constata, con l’arresto della funzioni vitali, l’elettroencefalogramma, ecc. La filosofia ha tentato di definire la morte secondo altri criteri e la teologia non ha temuto di riprenderli. E’ così che la teologia, riprendendo una formula che risale a Platone, definisce la morte come “la separazione dell’anima e del corpo” (CCC 1005; 1016). Questa definizione fa parte della Tradizione della Chiesa. Si sono cercate altre definizioni, ma l’idea de “separazione dell’anima e del corpo” resta la più soddisfacente:
- perché essa dà conto del fatto che la morte riguarda il corpo: quest’ultimo non più che un cadavere;
- perché essa afferma allo stesso tempo che, nella morte, sopravvive qualcosa della persona.
Essa infatti non è totalmente annientata. Ciò è molto importante, perché significa che la resurrezione finale non sarà una nuova creazione a partire dal nulla (che sarebbe il caso se, una volta scomparso il corpo, non restasse nulla), ma la riunione di ciò che era stato separato: dell’anima immortale con un corpo ricreato certamente, ma che è il corpo di quest’anima, e non quello di un’altra. Di conseguenza, nel giorno finale io ritroverò il mio corpo. Ma cos’è questo “io”? Non il corpo, perché esso sarà scomparso nell’intervallo. E se è altra cosa che non il corpo, perché non chiamarlo anima?
§ Negli ultimi decenni si è constatato un’allergia alla parola “anima”, alla quale si rimprovera di essere troppo filosofica. Nella Scrittura si trovano degli equivalenti a tale parola. D’altra parte, se si sopprime l’anima, si è condotti ad affermare come sopra che Dio ricreerà un giorno un essere nuovo senza rapporto con il mio essere presente, oppure si è costretti a dire che il momento della morte è già quello della resurrezione, contro cui l’apostolo Paolo metteva già in guardia:
§ “Imeneo e Fileto….si sono allontanati dalla verità, pretendendo che la resurrezione è già avvenuta, rovesciando così la fede dei più” (2Tm 2,18).
Ma questo pone la domanda di sapere ciò che succede all’anima per il tempo che essa resta senza il suo corpo – quello che si chiama in termini classici “l’anima separata”.
3. La morte e il giudizio “singolo”
La morte è il momento dell’incontro, e questo incontro è un giudizio. Con ciò non bisogna intendere la nostra comparizione davanti a un tribunale, ma l’esperienza di vedere la nostra vita tutta insieme nella verità quando noi vedremo il Cristo. Un passaggio del vangelo di Matteo è particolarmente chiaro a tale proposito. Si tratta della profezia detta del “giudizio finale”, al capitolo 25, nella quale ogni essere umano, nell’incontro con il Cristo, prende coscienza dal fatto stesso che tutti gli atti della sua vita trovano il loro senso in riferimento al Cristo: “avevo fame e voi mi avete dato da mangiare…”. Prima del giudizio “finale”, questa stessa esperienza è fatta da ciascuno al momento della sua morte. E’ un giudizio nel quale la dimensione corporale non interviene e che si chiama il giudizio particolare (“particolare” nel senso di “individuale”).
Ogni uomo riceve nella sua anima immortale il suo riconoscimento eterno, dal momento della sua morte, in un giudizio particolare che riferisce la sua vita al Cristo
- attraverso la purificazione;
- per entrare immediatamente nella beatitudine del Cielo;
- per dannarsi in eterno.
(CCC 1022)
Abbiamo un esempio di questo giudizio nel vangelo: si tratta del “buon ladrone” al quale Gesù dice: “oggi, tu sarai con me in paradiso” (Lc 22,43). Il “paradiso” significa due cose:
1/la beatitudine con il Cristo; 2/ non già la resurrezione, ma l’attesa della resurrezione.
Tutto questo significa che non c’è e non può esserci “sonno della morte”, se si intende con questo uno stato di incoscienza tra la morte e la fine del mondo. Come dice l’apostolo Paolo, i morti vivono nel Cristo.
4. Purgatorio, cielo e inferno
§ Il purgatorio
La Chiesa, in particolare nel Secondo Concilio di Lione (1274) ha stabilito la sua infallibilità sulla questione del purgatorio.
Anche se la parola “purgatorio” è introdotta solo a partire dal XII secolo, l’affermazione di una purificazione dopo la morte è già presente nel giudaismo. Essa si esprime indirettamente attraverso la preghiera per i defunti, come la si trova in 2Mac 12, 44-45 (e nel Nuovo Testamento: 1Cor 15,29 e 2Tm 1,18): se questa preghiera ha un senso, è proprio perché i defunti sono in un processo (e non in un luogo, poiché il purgatorio non è un luogo) di purificazione.
Allo stesso modo con cui dà conto del giudizio, l’incontro con il Cristo spiega questa purificazione: in effetti, questo incontro nella luce piena mi farà percepire in piena verità la differenza tra l’amore del Cristo e l’indigenza dell’amore che è stata presente nella mia vita. La percezione di una tale differenza è una fonte di sofferenza, ma si tratta di una sofferenza che nasce dal desiderio di rispondere pienamente all’amore di cui sono amato.
Nel Credo, l’affermazione “disceso agli Inferi” corrisponde a quella del purgatorio: tra la morte del Cristo e la sua resurrezione, la discesa agli Inferi (cioè nel luogo di soggiorno dei morti, e non “nell’Inferno”) esprime l’atto con il quale il Cristo, nel mistero della sua morte, unisce ogni essere umano (che abbia conosciuto il Cristo o meno) alla sua per proporgli la salvezza.
Poiché Cristo è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è realmente unica, cioè divina, dobbiamo considerare che lo Spirito Santo offre a tutti, nel modo che Dio conosce, la possibilità di essere associati al mistero pasquale (del Cristo – (Vaticano II, Gaudium et Spes, 22).
La predicazione sul purgatorio è oggi più urgente che mai: la credenza nella reincarnazione, che nello spirito di molti gioca il ruolo di una «seconda possibilità» data a qualcuno, (mentre nelle spiritualità orientali, dalle quali deriva, essa è piuttosto una fatalità) ha, in effetti, preso il posto del purgatorio molto più della resurrezione propriamente detta.
§ Il Cielo
Citiamo ancora il Catechismo:
Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono pienamente purificati, vivono per sempre con il Cristo. Sono per sempre simili a Dio perché lo vedono come esso è (cf. 1Gv 3,2), “faccia a faccia” (1Cor 13,12; Ap 22,4). Questa vita perfetta con la Trinità è chiamata il Cielo (CCC 1023-1024).
Il Cielo non è rappresentabile più del purgatorio: più che un luogo, il Cielo è una Persona, il cui contatto rende beati e immortali. Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono nel Cristo supera ogni comprensione e ogni rappresentazione. La Scrittura ci parla per immagini: vita, luce, pace, festa di nozze, vino del regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: “Ciò che l’occhio non ha visto, ciò che l’orecchio non ha sentito, ciò che non è percepito dal cuore dell’uomo, tutto ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (1Cor 2,9; CCC 1027).
§ L’inferno
Gesù nel Vangelo parla della “Gheenna”, del “fuoco che non si spegne” (Mt 5,22; 29; 13,42-50). Nella profezia del giudizio finale, troviamo questa parola terribile: “allontanatevi da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il demonio e i suoi angeli” (Mt 25,41).
Il fatto che il Cristo stesso si preoccupi di parlarci dell’inferno come di un rischio reale per noi, deve farci riflettere. Le sue affermazioni ci rivelano l’abisso della nostra stessa libertà che, perché capace del meglio, è anche capace di dire a Dio un “no” irreversibile. Non c’è paragone fra il Cielo e l’inferno, poiché noi siamo fatti per il primo e non per il secondo; ma c’è una capacità di rifiuto già attuata nel “demonio e i suoi angeli” e della quale l’amore di Dio stesso non può che prendere atto. All’opposto della comunione per la quale noi siamo fatti, l’inferno è la solitudine assoluta, l’abisso insondabile di una separazione eterna da Dio e da tutti gli altri.
Occorre sottolineare che la Chiesa, quando ha proclamato molte persone “beati” o “santi”, non ha mai voluto dire niente di chi fosse dannato. La Chiesa, in effetti, deve riporre speranza per tutti: “La Chiesa prega perché nessuno si perda…Se è vero che nessuno può salvarsi da solo, è anche vero che “Dio vuole che tutti siano salvati” (1Tm 2,4) e che per Lui “tutto è possibile” (Mt 19,26)” – (CEC 1058).
5. La fine dei tempi e il giudizio finale
§ La differenza tra il giudizio particolare e il giudizio finale risiede nel fatto che il giudizio finale coincide con la fine dei tempi. Esso rappresenta la dimensione universale del giudizio. Il giudizio finale stesso sarà preceduto dalla venuta del Cristo nella gloria e dalla resurrezione (cf. Gv 5,28-29). Tutto il senso della storia sarà allora rivelato. Il giudizio finale interverrà con il ritorno glorioso del Cristo. Il Padre solo ne conosce il giorno, lui solo decide della sua venuta. Attraverso il Figlio Gesù-Cristo, pronuncerà allora la sua parola definitiva sulla storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’economia della salvezza, e comprenderemo i cammini mirabili attraverso i quali la sua Provvidenza avrà condotto ogni cosa verso il suo Fine Ultimo (CCC 1040).
§ Ciò che avverrà, allora, è quello che la Scrittura chiama “i cieli nuovi e la terra nuova” (Ap 21,1). Nelle immagini che ci presenta l’Apocalisse, colpisce vedere la dimensione comunitaria di ciò che è annunciato, così come l’insistenza sulla vittoria della Vita (Ap 21,2)
Di tutti questi punti, possiamo ricordare:
§ che la nostra intera vita, in un senso, è una preparazione alla morte
§ che allo stesso tempo non ne dovremmo sottostimare l’importanza e il valore, poiché tutto ciò che noi viviamo nella nostra vita sulla terra impegna per l’eternità.
§ che non sarebbe cristiano vedere nella morte il male assoluto: da un punto di vista cristiano, la morte è il momento in cui Dio chiama l’uomo verso di Lui. Essa è “nostra sorella morte corporale” (San Francesco d’Assisi)
§ che è legittimo, e non morboso, desiderare fin da ora come san Paolo “essere con il Cristo” (Fil 1,23), o ancora voler “vedere Dio”, secondo l’espressione di santa Teresa d’Avila. Sarebbe piuttosto allarmante che non ci pensassimo mai e che ci lasciasse indifferenti.
“La vita cristiana intera è un’attesa. Il cristiano sa che è fatto per le cose più grandi…La vita cristiana è una vita nascosta. Ma, quando il mondo sarà ripiegato come una tenda, la realtà fino ad allora nascosta sarà manifestata. Per il cristiano questa vita consiste nel darsi poco a poco dei modi di vita divini. E l’educazione che si persegue fino all’ora della morte, perché tutta la vita umana non è che un’adolescenza, consiste, secondo la parola di Jean Guitton, “in questa disciplina attraverso la quale si prepara il bambino alla sua vita temporale, l’adulto alla sua vita eterna, perché ciò che egli vede egli abbia l’impressione di aver già visto”.
Non bisogna che siamo spaesati arrivando in cielo. La nostra vita è un apprendistato. Si tratta di imparare i rudimenti di ciò che un giorno dovremo esercitare. Quindi cerchiamo già nella preghiera di balbettare ciò che sarà più tardi la “conversazione celeste” con Dio e i suoi angeli; quindi occorre sgrossare la nostra intelligenza così incollata al mondo dello spazio e del tempo e acclimatarla poco a poco alle cose divine con l’azione dei doni dello Spirito Santo; quindi la carità è l’inizio maldestro di quella comunione completa che riunirà tutti i santi. Così facendo, cominciamo a fare ciò che dovremo fare per sempre. E’ la nostra vera vita che si abbozza. Tutto comincia” (Card. Jean DANIELOU, 1905-1974).
+ Jean-Pierre Batut
Tag: CCC, inferno, magistero, novissimi, paradiso, purgatorio

Volevo solo chiedervi un parere su di articolo letto qualche giorno fa di un teologo cattolico: grazie per l’attenzione.
Che dire dell’inferno?
Il castigo eterno dell’inferno immaginato angosciosamente da tante generazioni di credenti, è diventato, soprattutto a partire dalla seconda metà del XX secolo, motivo di controversie, e non mancano teologi o santi così eminenti come Teresa di Lisieux, che hanno difeso una speranza senza limiti a cui avrebbe diritto ogni essere umano. Per andare direttamente al cuore del problema, la questione consiste nel sapere “come un Dio buono può agire creando un uomo destinato all’inferno, producendo questo stesso inferno che non ha altra finalità che far soffrire e adoperandosi poi in un castigare che non conduce ad alcuna soluzione”.
Se affermiamo seriamente che Dio è infinitamente buono e se aggiungiamo, pure seriamente, che questo Dio è il Padre migliore che possiamo immaginare,risulta coerente (o anche possibile) che tale Padre possa far sì che esista un figlio suo che poi va a mandare a un castigo così spaventoso, così senza rimedio e così senza finalità alcuna di soluzione in nessun senso?
Sappiamo che a tutto ciò si può, e si suole, rispondere dicendo che la responsabilità del castigo infernale non sta in Dio, bensì nella libertà umana. Colui che va all’inferno è perché liberamente si oppone a Dio e resiste a convertirsi dalla sua vita cattiva. Ma la verità è che, a pensarci bene, immediatamente ci si rende conto che il fatto di addossare la colpa all’uomo, per togliere la colpa a Dio, in realtà non risolve il problema. Per la semplice ragione che, con tale proposta, Dio non fa bella figura, poiché risulta enormemente incoerente che Dio abbia creato gli uomini con una libertà così condizionata e così povera che dipenda da questa disgraziata libertà un rischio così tremendo com’è la realtà di un inferno eterno.
Infine, se ci appelliamo al fatto che la libertà umana non è così disarmata di fronte alla decisione definitiva della salvezza o della condanna, poiché ci è stato rivelato che Dio s’è impegnato, per suo amore, per salvarci, allora perché parlare della perdizione e delle sue conseguenze? Se Dio vuole, veramente salvarci tutti, perché tanto discutere sull’inferno e sui suoi tormenti? E se l’impegno di Dio per salvarci può fallire, allora tale impegno divino non è così serio né tanto sicuro come si suole dire.
Nel porre tali questioni, non possiamo dimenticare, logicamente, che nei vangeli s’afferma la minaccia di giudizio e condanna per coloro che rifiutano il messaggio di Gesù… Dall’insieme degli insegnamenti del Nuovo Testamento, ciò che si deduce con certezza è che Dio ama gli esseri umani indicibilmente più di quanto qualsiasi persona possa immaginare o calcolare.
Com’è parimenti sicuro che Dio non castiga nessuno. La domanda che sempre ci rimane e rimarrà sospesa è come reagisce Dio di fronte a tanta ingiustizia e tanta offesa di alcune persone verso le altre in questo mondo. Ebbene, se siamo sinceri con noi stessi e con gli altri, l’unica cosa sensata e certa che possiamo dire a tale riguardo, è che realmente non sappiamo, né possiamo sapere, se la “giustizia” di Dio può essere pensata secondo i nostri schemi umani di giustizia, di giudizio e di minaccia. Se Dio è Dio, è certo che agisce in modo tale che noi, che non possiamo conoscere Dio, sicuramente neanche possiamo immaginare.
Dire altro, sarebbe proiettare le nostre paure, i nostri sensi di colpa e i nostri confusi desideri su ciò che in realtà ignoriamo.
Carissimo Francesco, Pace e Bene a te!
mi permetto di intervenire su quanto dici, anche se è un tema talmente difficile…
Inizio con un paragone: quando un figlio sceglie di drogarsi, nemmeno l’amore grande dei genitori può impedire questo, perchè la libertà umana è davvero drammatica! Pensi che il cuore di una mamma non soffra vedendo il figlio in quello stato? Eppure, al di là di accompagnamenti e terapie, consigli e prediche, affetto ed educazione…, in ultima analisi non può fare nulla per impedire ciò, non glielo può inibire con la forza o con un gesto magico.
Così credo che Dio (che non ha creato l’inferno…), avendo creato l’uomo libero (non una marionetta programmata a fare il bene per forza), dopo aver messo in atto tutte le “terapie” possibili (tutta l’ “Economia della Salvezza”) perchè l’uomo non ci vada (all’inferno), alla fine non può fare altro che lasciare all’uomo la scelta, altrimenti non sarebbe un Padre ma un dittatore che obbliga ad amarlo. Il Padre invece aspetta il figlio alla finestra a braccia aperte e scruta l’orizzonte per vedere se sta arrivando…
Questo è quanto mi sento di dirti, niente di nuovo comunque. Capisco i tuoi interrogativi perchè li sento anche i miei, come tutti. Comprendere il “mistero iniquitatis” è arduo.
Ci può consolare il pensiero della Misericordia Divina che ci assicura di una cosa: Dio non è spietato. Fino all’ultimo istante della nostra vita ci vuole salvare e fare Suoi per averci con Sè nella Gioia senza fine. Possiamo supporre che solo un nostro rifiuto netto e reiterato, un’ostinazione voluta e ferma, una cattiveria senza limiti ci può tenere lontani da Lui, in definitiva: l’inferno dovremmo “volerlo” per andarci.
Preghiamo. Preghiamo gli uni per gli altri, da veri fratelli, perchè nessuno di noi si perda, perchè il Testamento di Gesù sia realtà per ognuno di noi. Un abbraccio.
Dio è il tre volte Santo ovvero il tre volte Altro ma Egli è anche l’Emmanuele il Dio con noi, il Dio per noi, il Dio che abita noi.
Umanamente, nel momento che dobbiamo parlare, dire qualcosa in riferimento a qualcosa o qualcuno necessariamente possiamo solo “dire” partendo dalla nostra esperienza personale, da quanto abbiamo conosciuto. Il che è evidentemente limitativo.
Proprio per questo motivo se sono onesto non posso affermare di conoscere qualcuno a priori e non posso neppure inserirlo in schemi preconfezionati e in preconcetti perchè ognuno è unico in sè. Questo vale per l’umano e tanto più per il divino.Dio è Unico. Anche se evidentemente all’inizio e durante ogni relazione io porto con me la mia storia e quindi anche le mie precomprensioni, le mie paure, i miei limiti, le mie esperienze ed emozioni.
Come nelle relazioni umane, in tutte anche nell’amore umano più intenso e profondo, non posso dire di conoscere fino in fondo chi mi sta vicino perchè ogni giorno viene cambiato dalla sua storia e io vengo cambiata dalla mia, così Dio rimarrà sempre qualcosa di Altro rispetto a tutto quello che io posso immaginare, sperimentare e vivere. Così come chi mi sta accanto è l’altro, così Dio è e rimarrà l’Altro. C’è stata offerta la Sua rivelazione piena in Cristo, Dio non si nasconde, vuole farsi incontrare ma è una rivelazione che si dipana nella storia, nella storia concreta di tutti i giorni.
Dio che è Amore, è “simile” all’amore umano… va vissuto giorno per giorno, scoperto giorno per giorno, incontrato giorno per giorno, in questo rapporto ci sono gioie e fatiche, alle volte incomprensioni… fa parte della relazione.
La giustizia divina fa parte del Suo amore. Come sarà?
Non lo so e non me lo chiedo.
Come nell’amore…. ti puoi solo fidare!
Chiamati al cielo è in me un pensiero quotidiano. Devo avere la “valigia” sempre pronta. Cosa ci metto in questa valigia? non le cose che lascerò quaggiù! tutto l’amore mi porterò lassù: quello dato, quello ricevuto, quello condiviso, quello sofferto ed offerto alla maniera di Gesù camminando con Maria SS.che al Cielo conduce.
Il cielo è anche qui e lo dice un canto che mi piace tantissimo, è un canto del GEN Verde e che qualche domenica passata, all’Oasi, con la presenza di don Francesco ha cantato dal vivo: SO CHE SEI QUI. So che sei qui in questo istante, so che sei qui dentro di me. Abiti qui in questo niente; ed io lo so che vivi in me.
Che mai dirò al mio Signore? Che mai dirò! TUTTO TU sai! Ti ascolterò nel mio silenzio e aspetterò che parli TU. E mi dirai cose mai udite, mi parlerai del Padre, mi colmerai d’amore. E scoprirò chi sei.
Io sento in me la tua pace, la gioia che Tu solo dai; Attorno a me io sento il cielo
un mondo di felicità. Mio Dio, sei qui quale mistero! Verbo di Dio e umanità. Non conta
più lo spazio, il tempo. E’ scesa qui l’eternità.
Cosa sarà il Paradiso? Cosa sarà la Vita?
Sarai con noi per sempre. Tu tuto in noi. Noi in te.
Ecco, quando ci si vuol bene, ci si rispetta, si ama COME Gesù ci ama, il paradiso è anche qui.
Gesù è PACE e la Sua pace dona felicità. Purtroppo il mondo non capisce… era così anche duemila anni fa.
C’è un altro canto che dice: Gesù è la pace che libera il tuo cuore… getta in Lui ogni affanno perchè Egli avrà cura di te. Egli è la pace… Gesù è la pace che scioglie ogni timore… dona a Gesù il tuo cuore e lo risanerà. Egli è la pace …
Gesù in Mt 6,5 dice: …”Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre >tuo nel segreto, e il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompensera” (mi da il suo cielo). Gesù ci ha insegnato il Padre nostro: con Lui il cielo viene in terra, viene dentro di noi e se noi vivessimo all’unisono la Sua preghiera “Padre che TUTTI siano UNO… ” sarebbe il paradiso non solo in noi, ma TRA NOI.
Profeticamente il Papa ha aperto l’anno sacerdotale, l’anno per TUTTI. Preghiamo e chiediamo che questo cielo sia un po’ più visibile e vivibile già quaggiù!
Grazie per queste possibilità di dialogo e di espressione per noi tutti.
giannamaria – Parzanica
Al secondo paragrafo viene chiesto: “perché non chiamarla anima”?
Il motivo è semplice: perché nella cultura di chi ha una certa età “anima” = parte migliore dell’uomo
e nella mentalità di ragazzi e giovani “anima” è qualcosa di evanescente se non addirittura campato per aria: io amo le persone per quello che vedo/sento …. la relazione la stabilisco mediante i sensi….
In merito all’anima o “non anima” mi limito a trascrivere una delle preghiere che la lilturgia ci invita a “dire” in occasione dei funerali:
“Nelle tue mani, Padre, consegniamo l’anima del nostro fratello (o .. della nostra…), con la sicura speranza che risorgerà nell’ultimo giorno”
Domanda: chi o che cosa “risorgerà”? Non rispondere “l’anima” perché diversamente, dal punto di vista logico e linguistico, ti invito a spiegarmi la parte successiva che dice…
” Ti rendiamo grazie per tutti i benefici che gli (le) hai dato… (chiaramente si parla della “persona”.
E continua:…
“Nella tua misericordia senza limiti aprigli(le) le porte del paradiso:…. ma a chi o a che cosa “apri le porte del paradiso?” Non certo all’anima ma alla “persona”: almeno, così dice l’italiano
E allora domanda: noi al Padre consegnamo la persona o l’anima?
Gent.mo Beppe,
“anima” e “persona” nel linguaggio liturgico sono da considerarsi quasi equivalenti, infatti li ritroviamo entrambi nei testi liturgici.
A parte questo, non si puo’ rinunciare all’uso di “anima” in quanto questa é una parola biblica che si trova sia in AT che in NT; “persona” invece è un termine più filosofico – nasce infatti per esprimere il rapporto Trinitario – termine che pone l’accento sul fatto che (anche) l’essere umano é un essere in relazione a…. Quindi due termini per dire una ricchezza che non pretende di essere esaurita dal linguaggio.
Non perchè un termine è oggi più difficile da capire si dovrebbe poi rinunciare a spiegarlo… tanto ai giovani (quanto ai vecchi)…
don Pietro (insieme all’Autore della conferenza)
Ars, 8 luglio 2009
Caro presbitero,
non te la prendere, ma la tua risposta piccata dimostra che sei stato colto sul vivo, così come la superficialità della tua argomentazione dimostra proprio quello che vorresti smentire.
Certo, S. Paolo ricorda quello che tu hai giustamente citato. Nessuno lo nega, come già ben sollecitava il Catechismo Romano ( Essì: la carità non la mica scoperta il Vaticano II…)
“Tutta la sostanza della dottrina e dell’insegnamento deve essere orientata alla carità che non avrà mai fine. Infatti sia che si espongano le verità della fede o i motivi della speranza o i doveri della attività morale, sempre e in tutto va dato rilievo all’amore di nostro Signore, così da far comprendere che ogni esercizio di perfetta virtù cristiana non può scaturire se non dall’amore, come nell’amore ha d’altronde il suo ultimo fine [Catechismo Romano, Prefazione 11]. Inoltre potremmo disquisire sulla differenza tra la carità, virtù teologale cui Paolo si riferisce e la cosiddetta catechesi antropologico-esperienzale cui io mi riferivo. Non coincidono di certo, né la seconda educa ispo facto alla prima!
Tuttavia, già Pietro invitava i credenti ad adorare il Signore “ pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.”(1Pt 3,15). Quindi il cristianesimo non si riduce solo a “carità”.
Il comando del Signore Gesù, inoltre, è inequivocabile:
“Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,19-20).
Insegnare ad osservare “tutto” ciò che il Maestro ha comandato, perché la nostra vita sia veramente una vita in Cristo. Ecco il compito della catechesi.
E questo “tutto” mi pare ben sintetizzato nei seguenti numeri del Catechismo della Chiesa Cattolica (o anche questo testo è troppo retrò per le tue tentazioni avanguardiste?):
“1697 Nella catechesi è importante mettere in luce con estrema chiarezza la gioia e le esigenze della via di Cristo [Cfr Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 29].
La catechesi della “vita nuova” ( cfr Rm 6,4 ) in lui sarà:
- una catechesi dello Spirito Santo, Maestro interiore della vita secondo Cristo, dolce ospite e amico che ispira, conduce, corregge e fortifica questa vita;
- una catechesi della grazia, poiché è per grazia che siamo salvati ed è ancora per grazia che le nostre opere possono portare frutto per la vita eterna;
- una catechesi delle beatitudini; infatti la via di Cristo è riassunta nelle beatitudini, il solo cammino verso la felicità eterna, cui aspira il cuore dell’uomo;
- una catechesi del peccato e del perdono, poiché, se se non si riconosce peccatore, l’uomo non può conoscere la verità su se stesso, condizione del retto agire, e senza l’offerta del perdono non potrebbe sopportare tale verità;
- una catechesi delle virtù umane, che conduce a cogliere la bellezza e l’attrattiva delle rette disposizioni per il bene;
- una catechesi delle virtù cristiane della fede, della speranza e della carità, che si ispira al sublime esempio dei santi;
- una catechesi del duplice comandamento della carità sviluppato nel Decalogo;
- una catechesi ecclesiale, perché è nei molteplici scambi dei “beni spirituali” nella “comunione dei santi” che la vita cristiana può crescere, svilupparsi e comunicarsi.
1698 Il riferimento primo e ultimo di tale catechesi sarà sempre Gesù Cristo stesso, che è “la via, la verità e la vita” ( cfr. Gv 14,6 ). Guardando a lui nella fede, i cristiani possono sperare che egli stesso realizzi in loro le sue promesse, e che, amandolo con l’amore con cui egli li ha amati, compiano le opere che si addicono alla loro dignità.”
Come vedi il discorso è molto più ampio e profondo di quanto con le tue battute risentite tu abbia voluto liquidarlo. Ed è innegabile che ci sia un problema serio di conoscenza di questa profondità nei ragazzi e giovani d’oggi. L’esperienza riferita dal giornale, per quanto personale è l’esperienza di tanti. Di troppi, per nascondere l’esito deficitario di tale catechesi. Infatti, è forse – anche solo -aumentata la carità?
Con S. Paolo, prego per te e per gli altri frequentatori del blog:
“perché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi” (Ef 1,17-18)
Malleus
Caro Malleus, Pace e Bene a te!
Grazie per le preghiere per tutti noi del blog. Ricambio volentieri e vi ricorderò tutti a Lourdes dove mi recherò con la mia parrocchia venerdì 3 luglio. Chiederò a Maria di intercedere per la “comunità virtuale” di cui facciamo parte le Grazie necessarie per edificarci a vicenda con ogni sapienza e dottrina, nella verità e nella carità, conservando l’umiltà e il vincolo della Pace.
A presto.
Nel mezzo di questa bella catechesi sulla morte e sul giudizio finale, ci sono i “gravi peccati” dell’ uomo. Principalmente quelli contro la vita (nascente) e contro l’istituzione delle istituzioni: la famiglia.
In mezzo ci sono anche i “gravi peccati” di coloro (non tutti) che dovremmo definire “porte al cielo”: i nostri sacerdoti. Alcuni di questi, secolarizzati per formazione ricevuta e per pratica istituzionalizzata, non aprono ma bensi “chiudono” le porte al cielo. Cfr il Vangelo (Matteo 23,1-39).
Sono contento dell’apertura di questo blog, se si ci potrà confrontare sulla VERITA’.
Pace nel Signore
Fabio
Uhm! Certo che se anche L’Eco di Bergamo (cfr. l’articolo di Susanna Pesenti nell’inserto Vita della Chiesa di ieri) si accorge che dopo trent’anni di cosiddetta catechesi “antropologico-esperienziale” nei ragazzi e nei giovani ( e, visti gli anni trascorsi, negli attuali giovani-adulti) c’è il deserto riguardo alle conoscenze minime di base, vuol dire che siamo proprio alla frutta.
E se poi aggiungiamo ciò che afferma il recentissimo documento sulla formazione dei preti che mette in evidenza la necessità nei seminari di ripartire dal Catechismo della Chiesa Cattolica perchè i futuri preti possano sapere “le verità che sono via al cielo” (cfr. Messale romano) visto il naufragio verso il nulla delle teologie figlie di Rahner, non ci resta che… pregare.
Malleus
Carissimo,
se una cosa fosse vera perchè la scrive l’Eco di Bergamo, beh, mi pare un argomento piuttosto fragile.
Sulla rilevanza e sulla pertinenza dell’articolo di Pesenti avrei grossi dubbi… parte da considerazioni personali… non mi pare che nell’articolo, a supporto delle tesi espresse, ci siano indagini sociologiche. Su quali indagini si basa la giornalista per dire questo? Sulla sua esperienza personale? allora parli di quello e non faccia di tutta l’erba un fascio…
Per quanto riguarda il problema della conoscenza delle “verità che sono via al cielo” mi limito a ricordarle, carissimo, che S.Paolo (non Rahner) scriveva che “se anche conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, ma non avessi l’amore a nulla mi giova” (Prima lettera ai Corinzi)
Sul termometro della carità saremo giudicati… non sulle teologie che ci piacciono o che lei vorrebbe nostalgicamente ripristinate…
Mi pare che in Matteo 25 ci venga detto che “ogni volta che avete fatto queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me”. Dare da mangiare a un affamato, dare da bere, vestire, visitare un carcerato o un malato… se questa è la “catechesi esperienziale” contro cui lei si scaglia, preferisco questa.
Me l’ha insegnata Gesù Cristo, e l’ha incarnata un certo Francesco d’Assisi e Madre Teresa di Calcutta. O anche questi non le vanno bene, carissimo?
d. Francesco
GRAZIE !
Abbiamo bisogno di riflettere molto su questi aspetti della nostra vita.
Già dalla “Spe Salvi” abbiamo potuto trarre un grande conforto, abbiamo intuito che “esiste la « revoca » della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto”. Non solo per il male e la sofferenza che io ho subìto, ma anche e soprattutto per il male e la sofferenza che io ho causato agli altri! Allora che grande dono il Purgatorio: anche il male compiuto e del quale “mi pento” (termine poco moderno ma efficace) può essere “riparato”, “purificato”, perché ciò che mi manca alla piena configurazione a Cristo sia colmato, per la gioia piena non solo della mia persona, ma di tutti, perché la santità non è una “proprietà privata” ma una compartecipazione all’unica Santità che è solo di Dio, l’unico Santo, alla quale possiamo aderire per “dono” divino (che non manca mai) e per “scelta” nostra (opzione della nostra libertà).
Le prime righe di questa stupenda catechesi mi hanno richiamato alla mente un passo della “Veritatis Splendor” che ammoniva l’insufficienza di una “opzione fondamentale”, ricordando la necessità di tanti piccoli e concreti “sì” nella vita di ogni giorno. E’ vero, il “Sì” non è detto una volta per tutte e poi sono a posto (stessa cosa anche nel Matrimonio!!): il “Sì” è lì che ci aspetta davanti al nostro passo, ad ogni momento: dicendo questi piccoli “sì” che la palestra della vita ci mette davanti, costruiamo poco a poco il nostro futuro eterno. Grazie di avermelo ricordato! Adesso tocca a me vegliare su me stessa per accorgermi di come costruisco questo “domani”.
grazie a Liliana per la traduzione ma soprattutto a don Pietro che ci offre la possibilità di approfondire argomenti. Buona serata. Cinzia
Grazie, perchè avevo delle idee confuse su questo argomento !
Cristina