Archivio di giugno 2009

Una vera fede adulta

Pubblicato il 29 giugno 2009 da redazione nella sezione Liturgia

s-paolo-parmigianinoPubblichiamo un estratto dell’omelia che il Santo Padre Benedetto XVI ha tenuto nella Basilica di S. Paolo in occasione della chiusura dell’Anno dedicato all’Apostolo. Ne voglaimo sottolineare la profonda attualità unita come sempre all’estrema chiarezza.

Fa parte della struttura delle Lettere di Paolo che esse – sempre in riferimento al luogo ed alla situazione particolare – spieghino innanzitutto il mistero di Cristo, ci insegnino la fede. In una seconda parte, segue l’applicazione alla nostra vita: che cosa consegue a questa fede? Come essa plasma la nostra esistenza giorno per giorno?
Nella Lettera ai Romani, questa seconda parte comincia con il dodicesimo capitolo, nei primi due versetti del quale l’Apostolo riassume subito il nucleo essenziale dell’esistenza cristiana. Che cosa dice a noi san Paolo in quel passaggio? Innanzitutto afferma, come cosa fondamentale, che con Cristo è iniziato un nuovo modo di venerare Dio – un nuovo culto. Esso consiste nel fatto che l’uomo vivente diventa egli stesso adorazione, “sacrificio” fin nel proprio corpo. Non sono più le cose ad essere offerte a Dio. È la nostra stessa esistenza che deve diventare lode di Dio.

Ma come avviene questo?

Nel secondo versetto ci vien data la risposta: “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio…” (12, 2).
Le due parole decisive di questo versetto sono: “trasformare” e “rinnovare”. Dobbiamo diventare uomini nuovi, trasformati in un nuovo modo di esistenza.

Il mondo è sempre alla ricerca di novità, perché con ragione è sempre scontento della realtà concreta. Paolo ci dice: il mondo non può essere rinnovato senza uomini nuovi. Solo se ci saranno uomini nuovi, ci sarà anche un mondo nuovo, un mondo rinnovato e migliore. All’inizio sta il rinnovamento dell’uomo. Questo vale poi per ogni singolo. Solo se noi stessi diventiamo nuovi, il mondo diventa nuovo. Ciò significa anche che non basta adattarsi alla situazione attuale.

L’Apostolo ci esorta ad un non-conformismo.

Nella nostra Lettera si dice: non sottomettersi allo schema dell’epoca attuale. Dovremo tornare su questo punto riflettendo sul secondo testo che stasera voglio meditare con voi. Il “no” dell’Apostolo è chiaro ed anche convincente per chiunque osservi lo “schema” del nostro mondo. Ma diventare nuovi – come lo si può fare? Ne siamo davvero capaci? Con la parola circa il diventare nuovi, Paolo allude alla propria conversione: al suo incontro col Cristo risorto, incontro di cui nella Seconda Lettera ai Corinzi dice: “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove” (5, 17). Era tanto sconvolgente per lui questo incontro con Cristo che dice al riguardo: “Sono morto” (Gal 2, 19; cfr Rm 6). Egli è diventato nuovo, un altro, perché non vive più per se stesso e in virtù di se stesso, ma per Cristo ed in Lui. Nel corso degli anni, però, ha anche visto che questo processo di rinnovamento e di trasformazione continua per tutta la vita. Diventiamo nuovi, se ci lasciamo afferrare e plasmare dall’Uomo nuovo Gesù Cristo. Egli è l’Uomo nuovo per eccellenza. In Lui la nuova esistenza umana è diventata realtà, e noi possiamo veramente diventare nuovi se ci consegniamo alle sue mani e da Lui ci lasciamo plasmare.

Paolo rende ancora più chiaro questo processo di “rifusione” dicendo che diventiamo nuovi se trasformiamo il nostro modo di pensare. Ciò che qui è stato tradotto con “modo di pensare”, è il termine greco “nous”. È una parola complessa. Può essere tradotta con “spirito”, “sentimenti”, “ragione” e, appunto, anche con “modo di pensare”. La nostra ragione deve diventare nuova. Questo ci sorprende.

Avremmo forse aspettato che riguardasse piuttosto qualche atteggiamento: ciò che nel nostro agire dobbiamo cambiare, un precetto di alterazione. Ma no: il rinnovamento deve andare fino in fondo. Il nostro modo di vedere il mondo, di comprendere la realtà – tutto il nostro pensare deve mutarsi a partire dal suo fondamento.

Il pensiero dell’uomo vecchio, il modo di pensare comune è rivolto in genere verso il possesso, il benessere, l’influenza, il successo, la fama e così via. Ma in questo modo ha una portata troppo limitata. Così, in ultima analisi, resta il proprio “io” il centro del mondo. Dobbiamo imparare a pensare in maniera più profonda. Che cosa ciò significhi, lo dice san Paolo nella seconda parte della frase: bisogna imparare a comprendere la volontà di Dio, così che questa plasmi la nostra volontà. Affinché noi stessi vogliamo ciò che vuole Dio, perché riconosciamo che ciò che Dio vuole è il bello e il buono. Si tratta dunque di una svolta nel nostro spirituale orientamento di fondo. Dio deve entrare nell’orizzonte del nostro pensiero: ciò che Egli vuole e il modo secondo cui Egli ha ideato il mondo e me. Dobbiamo imparare a prendere parte al pensare e al volere di Gesù Cristo. È allora che saremo uomini nuovi nei quali emerge un mondo nuovo.

Lo stesso pensiero di un necessario rinnovamento del nostro essere persona umana, Paolo lo ha illustrato ulteriormente in due brani della Lettera agli Efesini, sui quali pertanto vogliamo ancora riflettere brevemente. Nel quarto capitolo della Lettera l’Apostolo ci dice che con Cristo dobbiamo raggiungere l’età adulta, un’umanità matura.
Non possiamo più rimanere “fanciulli in balia delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…” (4, 14).

Paolo desidera che i cristiani abbiano una fede matura, una “fede adulta”. La parola “fede adulta” negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Lo s’intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi Pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere – una fede “fai da te”, quindi.

E lo si presenta come “coraggio” di esprimersi contro il Magistero della Chiesa. In realtà, tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo “schema” del mondo contemporaneo. È questo non-conformismo della fede che Paolo chiama una “fede adulta”.

Qualifica invece come infantile il correre dietro ai venti e alle correnti del tempo. Così fa parte della fede adulta, ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento, opponendosi con ciò radicalmente al principio della violenza, proprio anche nella difesa delle creature umane più inermi.

Fa parte della fede adulta riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore, ristabilito nuovamente da Cristo.
La fede adulta non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente. Essa s’oppone ai venti della moda. Sa che questi venti non sono il soffio dello Spirito Santo; sa che lo Spirito di Dio s’esprime e si manifesta nella comunione con Gesù Cristo. Tuttavia, anche qui Paolo non si ferma alla negazione, ma ci conduce al grande “sì”.
Descrive la fede matura, veramente adulta in maniera positiva con l’espressione: “agire secondo verità nella carità” (cfr Ef 4, 15). Il nuovo modo di pensare, donatoci dalla fede, si volge prima di tutto verso la verità. Il potere del male è la menzogna. Il potere della fede, il potere di Dio è la verità. La verità sul mondo e su noi stessi si rende visibile quando guardiamo a Dio. E Dio si rende visibile a noi nel volto di Gesù Cristo. Guardando a Cristo riconosciamo un’ulteriore cosa: verità e carità sono inseparabili. In Dio, ambedue sono inscindibilmente una cosa sola: è proprio questa l’essenza di Dio. Per questo, per i cristiani verità e carità vanno insieme. La carità è la prova della verità. Sempre di nuovo dovremo essere misurati secondo questo criterio, che la verità diventi carità e la carità ci renda veritieri.

Benedetto XVI, 28 giugno 2009

Lo spirito e la carne

Pubblicato il 27 giugno 2009 da redazione nella sezione Formazione

san-benedetto“Era cosa molto bella… visione biblica del corpo”. Questo l’interessante filo conduttore del Weekend biblico organizzato come ogni anno dall’Ufficio per l’Apostolato biblico a Rota Imagna.  Pubblichiamo parte del primo intervento, tenuto da don Ezio Bolis, sul tema del corpo nell’esperienza monastica benedettina.


Lo spirito e la carne

La lezione di San Benedetto – Rota Imagna, 19 giugno 2009

I. Il corpo nell’esperienza monastica benedettina

Il corpo è radicalmente coinvolto nella ricerca di Dio

Anzitutto va detto, con molto realismo, che non è intenzione di san Benedetto fare una trattazione sul corpo. Il suo obiettivo è molto più fondamentale: è quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione del suo tempo, in cui niente sembra resistere, egli vuole fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Dalle cose secondarie vuole passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è davvero importante e definitivo.

Poiché nella Sacra Scrittura Dio è in cammino verso di noi e noi verso di Lui, bisogna imparare a penetrare nel segreto della lingua, a comprenderla nella sua struttura e nel suo modo di esprimersi. Così, proprio a causa della ricerca di Dio, diventano importanti le scienze profane che ci indicano le vie verso la lingua. Poiché la ricerca di Dio esige la cultura della parola, fa parte del monastero la biblioteca che indica le vie verso la parola. Per lo stesso motivo ne fa parte anche la scuola, nella quale le vie vengono aperte concretamente. Ecco una prima considerazione importante: per Benedetto la ricerca di Dio è connessa con l’intelligenza, con la lettura e la scrittura che esigono mente e cuore, occhi e orecchi, l’uomo nella sua corporeità.

Un altro passo: la Parola che apre la via della ricerca di Dio, è una Parola che riguarda la comunità. Certo, essa trafigge il cuore di ciascuno, ma san Gregorio Magno descrive questo come una fitta improvvisa che squarcia la nostra anima sonnolenta e ci sveglia rendendoci attenti per la realtà essenziale, per Dio. Ma così ci rende attenti anche gli uni per gli altri. La Parola non conduce a una via solo individuale di un’immersione mistica, ma introduce nella comunione con quanti camminano nella fede. La ricerca di Dio si intreccia con le relazioni che l’uomo stabilisce con gli altri: anche qui c’è di mezzo il corpo!

C’è ancora da fare un altro passo. La Parola di Dio introduce noi stessi nel colloquio con Dio. Il Dio che parla nella Bibbia ci insegna come noi possiamo parlare con Lui. I Salmi contengono molte istruzioni anche su come devono essere cantati e accompagnati con strumenti musicali. Per pregare in base alla Parola di Dio il solo pronunciare non basta, esso richiede la musica. Nella preghiera e nel canto troviamo nuovamente il corpo.

Per Benedetto, il lavoro degli uomini è un’espressione particolare della loro somiglianza con Dio; lavorando l’uomo può partecipare all’operare di Dio nella creazione del mondo. Del monachesimo fa parte, insieme con la cultura della parola, una cultura del lavoro, delle braccia, delle mani, dei piedi, del corpo.

Priorità del gesto sulla parola

La mentalità cristiana tradizionale considera il corpo in modo ambivalente. Mentre la dottrina ufficiale si mostra assai negativa, la pratica è molto più rispettosa e più evangelica. Prendiamo subito come esempio un testo della Regola benedettina. Nel capitolo sulla preghiera liturgica l’atteggiamento spirituale richiesto dalla salmodia è così descritto: «Disponiamoci a salmodiare in modo che il nostro spirito concordi con la nostra voce» (19,7). Tale raccomandazione può sembrare banale, ma va sottolineato che essa propone l’ordine inverso di quello che ci aspetteremmo. Normalmente noi siamo attenti anzitutto al fatto che lo spirito sia animato dalle giuste disposizioni, per assicurarci che poi il canto possa esprimerlo correttamente. San Benedetto invece propone di iniziare dal canto: parte dal corpo, dalla voce. Quindi è lo spirito che deve accordarsi alla qualità e al tono della voce, perché questa disposizione corporea può suscitare un atteggiamento spirituale. Infatti, per un’adeguata partecipazione alla liturgia, non bastano le buone intenzioni del cuore e la chiarezza della comprensione.

Del resto, tutta la vita monastica è tacitamente basata su questo assioma della priorità del gesto sulla parola. Si tratta di un certo modo di camminare, di lavorare, di mangiare, di dormire, di cantare. La vocazione monastica comporta un impegno esistenziale che si esprime in uno stile di vita, tale che nulla di ciò che appartiene alla vita quotidiana è senza importanza.

Un’apparente incongruenza tra teoria e pratica

Il testo della Regola benedettina contiene una saggezza del corpo; all’abate è chiesto di prestare molta attenzione alle condizioni di lavoro dei monaci, alle necessarie ore di riposo, ai rischi di un sovraccarico per alcuni. Il grande successo di questa regola monastica nell’Europa del Medioevo è dovuto per buona parte al suo equilibrio e al rispetto per le persone.

Nonostante ciò, accanto a consigli pratici assai rispettosi verso il corpo, la dottrina spirituale esplicita è chiaramente negativa. Si esorta a «castigare il corpo», a «non amare il molto parlare», a «odiare la volontà propria», a «stare sempre in guardia nei confronti dei vizi della lingua, delle mani, dei piedi e della volontà propria». Come tutta la letteratura spirituale dell’epoca, il cibo, le parole, il sonno, il riposo, il sorriso e tutte le realtà creaturali vengono guardate con sospetto. Nella Regola costatiamo quindi, riguardo al corpo, grandi contrasti e perfino contraddizioni tra il livello teorico e quello pratico. Da una parte c’è una dottrina severa, che va sempre richiamata; dall’altra, una pratica dove il buon senso e la sollecitudine evangelica prevalgono, almeno nei grandi maestri spirituali. [...]

s-benedetto-in-preghieraII. Riferimenti impliciti ma essenziali alla corporeità

Importanti riferimenti al corpo vengono offerti da quei passi della RB in cui il richiamo alla corporeità è talvolta solo implicito, ma pure estremamente forte, e che riguardano, in generale, la necessità di prendersi cura delle malattie e delle debolezze di ciascun monaco. C’è l’esplicita preoccupazione che sia possibile un tempo per il riposo, che alla fatica del corpo sia proporzionato il nutrimento, e che le vesti, le calzature e il necessario per la cella siano distribuiti dall’abate ai fratelli secondo la qualità del clima e i reali bisogni di ciascuno.

La cura per il corpo malato

«1 L’assistenza agli infermi deve avere la precedenza e la superiorità su tutto, in modo che essi siano serviti veramente come Cristo in persona, 2 il quale ha detto di sé: “Sono stato malato e mi avete visitato”, 3 e “Quello che avete fatto a uno di questi piccoli, lo avete fatto a me”. 4 I malati però riflettano, a loro volta, che sono serviti per amore di Dio e non opprimano con eccessive pretese i fratelli che li assistono, 5 ma comunque bisogna sopportarli con grande pazienza, poiché per mezzo loro si acquista un merito più grande. 6 Quindi l’abate vigili con la massima attenzione perché non siano trascurati sotto alcun riguardo. 7 Per i monaci ammalati ci sia un locale apposito e un infermiere timorato di Dio, diligente e premuroso… 9 I malati più deboli avranno anche il permesso di mangiare carne per potersi rimettere in forze; però, appena ristabiliti, si astengano tutti dalla carne come al solito. 10 Ma la più grande preoccupazione dell’abate deve essere che gli infermi non siano trascurati dal cellerario e dai fratelli che li assistono, perché tutte le negligenze commesse dai suoi discepoli ricadono su di lui» (RB 36).

Il capitolo sulla cura dei malati può essere considerato un paradigma dello stile letterario e della prospettiva spirituale della RB. Nessuna delle regole monastiche antiche contiene un progetto di cura degli infermi così completo. La prima parte, più teorica, si apre con due assiomi fondati sulla fede e sulla parola del Signore: la cura per i malati deve stare in cima a tutte le altre; essi vanno serviti come si servirebbe Cristo in persona. Benedetto cerca di comporre le esigenze e i caratteri diversi, sempre attento a salvaguardare l’armonia e le relazioni fraterne. Responsabile ultimo di tutto ciò è l’abate. Per quanto riguarda le indicazioni concrete, sia la possibilità di bagni frequenti che quella di mangiare carne, sono eccezioni fatte in riguardo alla situazione di debolezza in cui versano i malati. [...]

Il cellerario e il dovere di prendersi cura del corpo dei fratelli

«1Come cellerario del monastero si scelga un fratello saggio, maturo, sobrio, che non ecceda nel mangiare e non abbia un carattere superbo, turbolento, facile alle male parole, indolente e prodigo, 2 ma sia timorato di Dio e un vero padre per la comunità. 3 Si prenda cura di tutto e di tutti… 9 Si interessi dei malati, dei ragazzi, degli ospiti e dei poveri con la massima diligenza, ben sapendo che nel giorno del giudizio dovrà rendere conto di tutte queste persone affidate alle sue cure. 10 Tratti gli oggetti e i beni del monastero con la reverenza dovuta ai vasi sacri dell’altare 11 e non tenga nulla in poco conto. 12 Non si lasci prendere dall’avarizia né si abbandoni alla prodigalità, ma agisca sempre con criterio e secondo le direttive dell’abate. 13 Soprattutto sia umile e se non può concedere quanto gli è stato richiesto, dia almeno una risposta caritatevole, 14 perché sta scritto: “Una buona parola vale più del migliore dei doni”… 16 Distribuisca ai fratelli la porzione di vitto prestabilita senza alterigia o ritardi, per non dare motivo di scandalo… 18 Nelle ore fissate si distribuisca quanto si deve dare e si chieda quello che si deve chiedere, 19 in modo che nella casa di Dio non ci sia alcun motivo di turbamento o di malcontento» (RB 31).

Il cellerario si occupa anzitutto, se non esclusivamente, della dispensa, della cantina, della cucina e delle stoviglie. Un argomento così terra terra solo apparentemente è privo di spunti spirituali. Al contrario, fin dalla prima lettura si nota un buon numero di osservazioni spirituali, la cui ricorrenza dà a questa sezione una specie di unità superiore. Prendere in considerazione la diversità dei bisogni e delle infermità, aver cura non solo delle cose ma anche delle persone, soprattutto dei più deboli, risparmiare agli altri e interdire a se stessi ogni tristezza, turbamento o mormorazione, rimanere umili, servire con carità e lavorare con fatica per la «ricompensa», questi tocchi ripetuti trasformano costantemente il discorso pratico in esortazione spirituale. Tutto ciò non è detto soltanto per il cellerario, ma per ciascun monaco. La predilezione che la RB lascia trasparire per la figura del cellerario, lo indica come una specie di prototipo di tutti coloro che sono incaricati di un servizio materiale.

Non si ricerca uno specialista in affari materiali, che per altro sono tipici del cellerario, ma che sia anzitutto saggio, di una maturità umana e spirituale che si esprime nella padronanza di sé, nella sobrietà e nel coraggio, mostrando umiltà e bontà verso i fratelli, sollecitudine e responsabilità verso i malati, i più giovani, gli ospiti e i poveri. Il cellerario partecipa in modo particolare alla paternità dell’abate, agisce in nome suo e al posto suo, lasciandogli più tempo per esercitare il suo compito essenziale di paternità spirituale.  […]

don Ezio Bolis
Docente di Teologia Spirituale, Seminario di Bergamo

Chiamati al Cielo

Pubblicato il 23 giugno 2009 da redazione nella sezione Formazione

jean-pierre-batutDai nostri “sì” quotidiani al nostro “sì” ultimo
Mons. Jean-Pierre Batut, Vescovo Ausiliare di Lyon

Ecco il testo integrale della conferenza tenuta da Mons. Jean-Pierre Batut a Lourdes all’inizio di giugno sulla fede cristiana in relazione ai “Novissimi”, secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica.
Nostra traduzione a cura di Liliana Moretti:

Spesso pensiamo che il nostro “sì” stia dietro di noi: per esempio, che si sia già realizzato quando abbiamo impegnato la nostra vita nel matrimonio, nella vita religiosa, ecc. In realtà, il nostro “sì” è sempre davanti a noi, poiché dobbiamo acconsentire fino alla fine con ciò che abbiamo scelto. E il “sì” più difficile è quello che conclude la nostra vita.

Desidero parlarvi di ciò che si identifica a volte con le realtà ultime, cioè l’incontro di Dio che è lo scopo della nostra vita. Perché? Perché non ne parliamo abbastanza! Affermiamo, naturalmente, il fatto “attendo la resurrezione dei morti e la vita del modo che verrà; ritornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”…Ma non parliamo abbastanza del come.

Quindi, occorre parlarne: se non lo facciamo, favoriamo ogni genere di credenze in sostituzione, come la reincarnazione, che vengono a riempire un vuoto, ma che non hanno niente a che vedere con la fede cristiana.

Inoltre, i fini ultimi sono uno dei campi nei quali, come cristiani, abbiamo le cose più originali da dire. Abbiamo una quantità di cosa da dire in tanti altri campi: l’Europa, la crisi economica….Ma in questi settori altri possono dire le nostre stesse cose, e dirle perfino meglio. Sui fini ultimi, se noi tacciamo, nessuno potrà dire al posto nostro ciò che abbiamo da dire.

1. L’insegnamento della Chiesa conduce in primo luogo alla resurrezione.

La sola Scrittura è avara di dettagli su ciò che ci attende dopo la morte. Il teologo ortodosso Jean-Claude Larchet scrive: “La Scrittura sottolinea il carattere imprevedibile della morte (“voi non conoscete né il giorno né l’ora” Mt. 15,13). Essa ci dà delle indicazioni sulla sua origine (Rm 5,12). Ci annuncia la resurrezione futura dei corpi e la vita eterna del Regno che viene, ma non ci dà praticamente informazioni sul periodo che separa la morte di ogni persona dal giudizio finale e universale e dalla resurrezione alla fine dei tempi”. Lazzaro, in effetti, non ci ha lasciato delle memorie che ci raccontano ciò di cui aveva fatto esperienza al momento della sua morte e durante i suoi tre giorni nella tomba. Tuttavia, la tradizione della Chiesa ha chiarito il dato della Scrittura.  Il Catechismo della Chiesa cattolica (CCC) raccoglie questa eredità.

  • Il CCC inizia con l’affermare la fede nella resurrezione, e cita San Paolo: “Se il Cristo non è resuscitato, vana è la nostra predicazione, vana anche la vostra fede” (1Cor 15, 12-14). Egli sottolinea poi che Gesù ha legato la fede nella resurrezione alla sua stessa persona (“Io sono la Resurrezione e la Vita” Gv 11, 25), così che essere testimone del Cristo porta ad essere testimone della sua resurrezione (cf. At 1,22).
  • Il CCC si pronuncia quindi sul come della resurrezione. Lo fa partendo dalla resurrezione del Cristo, e afferma due cose essenziali:

- il Cristo è resuscitato con il suo stesso corpo (Lc 24,39)

- la sua resurrezione non è il semplice ritorno a una vita terrena: egli ha ormai un “corpo di gloria” (Fil 3,21), un “corpo spirituale” (1Cor 15, 44)

Ciò che vale per il Cristo vale anche per noi. Siamo certi che al momento della resurrezione noi resusciteremo nel nostro corpo e non nel corpo di un altro: ognuno potrà riconoscere gli altri ed essere riconosciuto da loro, come ci riconosciamo in questa vita. Allo stesso tempo, vivremo con un corpo glorioso, sottratto alle leggi dello spazio e del tempo e alle leggi della corruzione.

  • Infine, nella fede cristiana, non potrebbe esserci che la resurrezione del mio corpo. Nell’intervallo tra la morte e la resurrezione, non andrò ad abitare altri corpi. Quando sarà terminato il corso unico della nostra vita terrestre, noi non torneremo più ad altre vite terrene: gli uomini non muoiono che una volta (Eb 9,27). Non c’è “reincarnazione” dopo la morte (CCC 1013).


2.
La definizione della morte e la questione dell’anima

  • La medicina ha delle cose da dire a proposito della morte: essa la constata, con l’arresto della funzioni vitali, l’elettroencefalogramma, ecc. La filosofia ha tentato di definire la morte secondo altri criteri e la teologia non ha temuto di riprenderli. E’ così che la teologia, riprendendo una formula che risale a Platone, definisce la morte come “la separazione dell’anima e del corpo” (CCC 1005; 1016). Questa definizione fa parte della Tradizione della Chiesa. Si sono cercate altre definizioni, ma l’idea de “separazione dell’anima e del corpo” resta la più soddisfacente:

- perché essa dà conto del fatto che la morte riguarda il corpo: quest’ultimo non più che un cadavere;

- perché essa afferma allo stesso tempo che, nella morte, sopravvive qualcosa della persona.

Essa infatti non è totalmente annientata. Ciò è molto importante, perché significa che la resurrezione finale non sarà una nuova creazione a partire dal nulla (che sarebbe il caso se, una volta scomparso il corpo, non restasse nulla), ma la riunione di ciò che era stato separato: dell’anima immortale con un corpo ricreato certamente, ma che è il corpo di quest’anima, e non quello di un’altra. Di conseguenza, nel giorno finale io ritroverò il mio corpo. Ma cos’è questo “io”? Non il corpo, perché esso sarà scomparso nell’intervallo. E se è altra cosa che non il corpo, perché non chiamarlo anima?

§        Negli ultimi decenni si è constatato un’allergia alla parola “anima”, alla quale si rimprovera di essere troppo filosofica. Nella Scrittura si trovano degli equivalenti a tale parola. D’altra parte, se si sopprime l’anima, si è condotti ad affermare come sopra che Dio ricreerà un giorno un essere nuovo senza rapporto con il mio essere presente, oppure si è costretti a dire che il momento della morte è già quello della resurrezione, contro cui l’apostolo Paolo metteva già in guardia:

§        “Imeneo e Fileto….si sono allontanati dalla verità, pretendendo che la resurrezione è già avvenuta, rovesciando così la fede dei più” (2Tm 2,18).

Ma questo pone la domanda di sapere ciò che succede all’anima per il tempo che essa resta senza il suo corpo – quello che si chiama in termini classici “l’anima separata”.

3. La morte e il giudizio “singolo”

La morte è il momento dell’incontro, e questo incontro è un giudizio. Con ciò non bisogna intendere la nostra comparizione davanti a un tribunale, ma l’esperienza di vedere la nostra vita tutta insieme nella verità quando noi vedremo il Cristo. Un passaggio del vangelo di Matteo è particolarmente chiaro a tale proposito. Si tratta della profezia detta del “giudizio finale”, al capitolo 25, nella quale ogni essere umano, nell’incontro con il Cristo, prende coscienza dal fatto stesso che tutti gli atti della sua vita trovano il loro senso in riferimento al Cristo: “avevo fame e voi mi avete dato da mangiare…”. Prima del giudizio “finale”, questa stessa esperienza è fatta da ciascuno al momento della sua morte. E’ un giudizio nel quale la dimensione corporale non interviene e che si chiama il giudizio particolare (“particolare” nel senso di “individuale”).

Ogni uomo riceve nella sua anima immortale il suo riconoscimento eterno, dal momento della sua morte, in un giudizio particolare che riferisce la sua vita al Cristo

  • attraverso la purificazione;
  • per entrare immediatamente nella beatitudine del Cielo;
  • per dannarsi in eterno.

(CCC 1022)

Abbiamo un esempio di questo giudizio nel vangelo: si tratta del “buon ladrone” al quale Gesù dice: “oggi, tu sarai con me in paradiso” (Lc 22,43). Il “paradiso” significa due cose:

1/la beatitudine con il Cristo; 2/ non già la resurrezione, ma l’attesa della resurrezione.

Tutto questo significa che non c’è e non può esserci “sonno della morte”, se si intende con questo uno stato di incoscienza tra la morte e la fine del mondo. Come dice l’apostolo Paolo, i morti vivono nel Cristo.

4. Purgatorio, cielo e inferno

§         Il purgatorio

La Chiesa, in particolare nel Secondo Concilio di Lione  (1274)  ha stabilito la sua infallibilità sulla questione del purgatorio.

Anche se la parola “purgatorio” è introdotta solo a partire dal XII secolo, l’affermazione di una purificazione dopo la morte è già presente nel giudaismo. Essa si esprime indirettamente attraverso la preghiera per i defunti, come la si trova in 2Mac 12, 44-45 (e nel Nuovo Testamento: 1Cor 15,29 e 2Tm 1,18): se questa preghiera ha un senso, è proprio perché i defunti sono in un processo (e non in un luogo, poiché il purgatorio non è un luogo) di purificazione.

Allo stesso modo con cui dà conto del giudizio, l’incontro con il Cristo spiega questa purificazione: in effetti, questo incontro nella luce piena mi farà percepire in piena verità la differenza tra l’amore del Cristo e l’indigenza dell’amore che è stata presente nella mia vita. La percezione di una tale differenza è una fonte di sofferenza, ma si tratta di una sofferenza che nasce dal desiderio di rispondere pienamente all’amore di cui sono amato.

Nel Credo, l’affermazione “disceso agli Inferi” corrisponde a quella del purgatorio: tra la morte del Cristo e la sua resurrezione, la discesa agli Inferi (cioè nel luogo di soggiorno dei morti, e non “nell’Inferno”) esprime l’atto con il quale il Cristo, nel mistero della sua morte, unisce ogni essere umano (che abbia conosciuto il Cristo o meno) alla sua per proporgli la salvezza.

Poiché Cristo è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è realmente unica, cioè divina, dobbiamo considerare che lo Spirito Santo offre a tutti, nel modo che Dio conosce, la possibilità di essere associati al mistero pasquale (del Cristo – (Vaticano II, Gaudium et Spes, 22).

La predicazione sul purgatorio è oggi più urgente che mai: la credenza nella reincarnazione, che nello spirito di molti gioca il ruolo di una «seconda possibilità» data a qualcuno, (mentre nelle spiritualità orientali, dalle quali deriva, essa è piuttosto una fatalità) ha, in effetti, preso il posto del purgatorio molto più della resurrezione propriamente detta.

§         Il Cielo

Citiamo ancora il Catechismo:

Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono pienamente purificati, vivono per sempre con il Cristo. Sono per sempre simili a Dio perché lo vedono come esso è (cf. 1Gv 3,2), “faccia a faccia” (1Cor 13,12;  Ap 22,4). Questa vita perfetta con la Trinità è chiamata il Cielo (CCC 1023-1024).

Il Cielo non è rappresentabile più del purgatorio: più che un luogo, il Cielo è una Persona, il cui contatto rende beati e immortali. Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono nel Cristo supera ogni comprensione e ogni rappresentazione. La Scrittura ci parla per immagini: vita, luce, pace, festa di nozze, vino del regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: “Ciò che l’occhio non ha visto, ciò che l’orecchio non ha sentito, ciò che non è percepito dal cuore dell’uomo, tutto ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (1Cor 2,9; CCC 1027).

§         L’inferno

Gesù nel Vangelo parla della “Gheenna”, del “fuoco che non si spegne” (Mt 5,22; 29; 13,42-50). Nella profezia del giudizio finale, troviamo questa parola terribile: “allontanatevi da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il demonio e i suoi angeli” (Mt 25,41).

Il fatto che il Cristo stesso si preoccupi di parlarci dell’inferno come di un rischio reale per noi, deve farci riflettere. Le sue affermazioni ci rivelano l’abisso della nostra stessa libertà che, perché capace del meglio, è anche capace di dire a Dio un “no” irreversibile. Non c’è paragone fra il Cielo e l’inferno, poiché noi siamo fatti per il primo e non per il secondo; ma c’è una capacità di rifiuto già attuata nel “demonio e i suoi angeli” e della quale l’amore di Dio stesso non può che prendere atto. All’opposto della comunione per la quale noi siamo fatti, l’inferno è la solitudine assoluta, l’abisso insondabile di una separazione eterna da Dio e da tutti gli altri.

Occorre sottolineare che la Chiesa, quando ha proclamato molte persone “beati” o “santi”, non ha mai voluto dire niente di chi fosse dannato. La Chiesa, in effetti, deve riporre speranza per tutti: “La Chiesa prega perché nessuno si perda…Se è vero che nessuno può salvarsi da solo, è anche vero che “Dio vuole che tutti siano salvati” (1Tm 2,4) e che per Lui “tutto è possibile” (Mt 19,26)” – (CEC 1058).


5. La fine dei tempi e il giudizio finale

§         La differenza tra il giudizio particolare e il giudizio finale risiede nel fatto che il giudizio finale coincide con la fine dei tempi. Esso rappresenta la dimensione universale del giudizio. Il giudizio finale stesso sarà preceduto dalla venuta del Cristo nella gloria e dalla resurrezione (cf. Gv 5,28-29). Tutto il senso della storia sarà allora rivelato. Il giudizio finale interverrà con il ritorno glorioso del Cristo. Il Padre solo ne conosce il giorno, lui solo decide della sua venuta. Attraverso il Figlio Gesù-Cristo, pronuncerà allora la sua parola definitiva sulla storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’economia della salvezza, e comprenderemo i cammini mirabili attraverso i quali la sua Provvidenza avrà condotto ogni cosa verso il suo Fine Ultimo (CCC 1040).

§         Ciò che avverrà, allora, è quello che la Scrittura chiama “i cieli nuovi e la terra nuova” (Ap 21,1). Nelle immagini che ci presenta l’Apocalisse, colpisce vedere la dimensione comunitaria di ciò che è annunciato, così come l’insistenza sulla vittoria della Vita (Ap 21,2)

Di tutti questi punti, possiamo ricordare:

§         che la nostra intera vita, in un senso, è una preparazione alla morte

§         che allo stesso tempo non ne dovremmo sottostimare l’importanza e il valore, poiché tutto ciò che noi viviamo nella nostra vita sulla terra impegna per l’eternità.

§         che non sarebbe cristiano vedere nella morte il male assoluto: da un punto di vista cristiano, la morte è il momento in cui Dio chiama l’uomo verso di Lui. Essa è “nostra sorella morte corporale” (San Francesco d’Assisi)

§         che è legittimo, e non morboso, desiderare fin da ora come san Paolo “essere con il Cristo” (Fil 1,23), o ancora voler “vedere Dio”, secondo l’espressione di santa Teresa d’Avila. Sarebbe piuttosto allarmante che non ci pensassimo mai e che ci lasciasse indifferenti.

“La vita cristiana intera è un’attesa. Il cristiano sa che è fatto per le cose più grandi…La vita cristiana è una vita nascosta. Ma, quando il mondo sarà ripiegato come una tenda, la realtà fino ad allora nascosta sarà manifestata. Per il cristiano questa vita consiste nel darsi poco a poco dei modi di vita divini. E l’educazione che si persegue fino all’ora della morte, perché tutta la vita umana non è che un’adolescenza, consiste, secondo la parola di Jean Guitton, “in questa disciplina attraverso la quale si prepara il bambino alla sua vita temporale, l’adulto alla sua vita eterna, perché ciò che egli vede egli abbia l’impressione di aver già visto”.

Non bisogna che siamo spaesati arrivando in cielo. La nostra vita è un apprendistato. Si tratta di imparare i rudimenti di ciò che un giorno dovremo esercitare. Quindi cerchiamo già nella preghiera di balbettare ciò che sarà più tardi la “conversazione celeste” con Dio e i suoi angeli; quindi occorre sgrossare la nostra intelligenza così incollata al mondo dello spazio e del tempo e acclimatarla poco a poco alle cose divine con l’azione dei doni dello Spirito Santo; quindi la carità è l’inizio maldestro di quella comunione completa che riunirà tutti i santi. Così facendo, cominciamo a fare ciò che dovremo fare per sempre. E’ la nostra vera vita che si abbozza. Tutto comincia” (Card. Jean DANIELOU, 1905-1974).

+ Jean-Pierre Batut