Cari fratelli, care sorelle,
questa celebrazione si staglia in un orizzonte molto ricco.
E’ innanzitutto l’orizzonte simbolico rappresentato dal ritorno nella nostra Cattedrale, in questa splendida Cattedrale: dopo alcuni anni dedicati appunto al suo restauro si celebrano nuovamente le Ordinazioni Sacerdotali nella Chiesa Cattedrale, che dice simbolicamente la bellezza ed il mistero della Chiesa diocesana, della Chiesa locale. E questo orizzonte simbolico si arricchisce di una circostanza che non vogliamo dimenticare, vale a dire l’imminenza dell’apertura dell’Anno Sacerdotale che sarà un anno – come il Santo Padre lo vuole – di particolare preghiera, di riflessione, di crescita nella consapevolezza nei sacerdoti e nelle comunità di questo ministero a servizio del popolo di Dio, indispensabile per il popolo di Dio, che oggi abbiamo la gioia di conferire a questi nostri fratelli.
Vi è poi un altro elemento, un altro tratto di questo orizzonte ed è il tratto esistenziale: abbiamo davanti a noi i volti e le vite di fratelli giovani cresciuti innanzitutto nelle loro famiglie, ed io desidero davanti a tutta la comunità e a nome di tutta la comunità dire il profondo grazie a voi papà e mamme, a voi tutti fratelli, sorelle, nonni e nonne e parenti… la grande famiglia dentro la quale questi giovani sono cresciuti. E mentre guardiamo a voi con affetto e riconoscenza non possiamo non guardare alla grande comunità del Seminario e dire grazie a tutti coloro che vi si adoperano. E’ veramente un dono di Dio particolarissimo questo nostro Seminario e preghiamo che il Signore ce lo conservi con la ricchezza delle esperienze che manifesta e testimonia e che mi auguro tutti possano conoscere ed apprezzare.
Questo orizzonte esistenziale è fatto anche dalle vostre comunità parrocchiali, le comunità in cui siete stati battezzati, le comunità in cui siete cresciuti, le comunità che avete servito, a partire dalle vostre comunità di origine, poi attraverso la crescita del vostro ministero, nelle altre comunità che pure avete incontrato ed incontrato con affetto e dalle quali avete ricevuto per la vostra maturazione e formazione e che hanno contribuito a questo momento che state vivendo. Grazie quindi a tutte le nostre comunità parrocchiali, ai sacerdoti, particolarmente ai sacerdoti che si sono accompagnati al vostro cammino esistenziale, e, se permettete, in questo momento anche ai Vescovi, il Vescovo Roberto, il Vescovo Lino che voi conoscete da quando siete giovanissimi, alcuni proprio dalla loro adolescenza, dalla loro fanciullezza, come sacerdoti da sempre li avete conosciuti e quindi un grazie anche a loro. E’ un sentimento che non solamente abbellisce questa celebrazione ma diventa “eucaristia” in questa celebrazione; è un sentimento che penso scaturisce dai vostri cuori, da quello dell’intera Chiesa bergamasca e anche, profondamente, dal mio.
Questo orizzonte che sto tratteggiando è fatto poi di una dimensione sorprendente: è l’orizzonte del cielo. La dimensione sorprendente è quella dell’infinito: è un orizzonte infinito, è l’orizzonte del cielo. Perché? Perché questo solenne rito e questo mistero che stiamo celebrando – che è capace di toccare e trasformare la profondità del vostro essere e quindi della vostra vita – appunto avviene nella solennità dell’Ascensione di Gesù al cielo. E noi non vogliamo vederla semplicemente come una specie di combinazione estrinseca – per caso, quest’anno, la celebrazione avviene nell’Ascensione del Signore… – ma vedere proprio in questo mistero del Signore il mistero di cui voi siete protagonisti e destinatari.
Guardiamo Gesù che ascende al cielo per comprendere noi stessi: noi tutti cari fratelli e sorelle, ma certamente voi, carissimi, e ciò che avviene in voi e per voi a favore di tutti gli uomini. Abbiamo udito appunto le testimonianze: “mentre lo guardavano fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi; essi stavano fissando il cielo mentre Egli se ne andava e gli angeli si rivolgono ai discepoli del Signore uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” (cfr At 1,9-12)
Il cielo è il mondo di Dio? E’ il mondo di Dio: noi e tutti gli uomini pregando innalzano lo sguardo e i cuori al cielo e Gesù stesso nella sua preghiera dice “Padre nostro che sei nei cieli” (Mt 6,9). Il cielo è il tesoro della Grazia, perché appunto abbiamo udito nella testimonianza che ci viene dagli apostoli “asceso in alto ha distribuito doni agli uomini” (Ef 4,8), come proprio se dal cielo, come una specie di scrigno di grazie, si effondesse sugli uomini ogni genere di benedizioni.
Ma il cielo rappresenta per il credente, per il cristiano, la patria. Il cielo rappresenta quindi il motivo della nostra speranza e il cielo rappresenta nella fede il compimento delle speranze. L’apostolo Paolo ci introduce a comprendere profondamente il mistero del cielo in cui Cristo ascende; dice l’Apostolo: “colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli per essere pienezza di tutte le cose… egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri per preparare i fratelli a compiere il ministero allo scopo di edificare il corpo di Cristo finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza in Cristo.” (Ef 4,10-13)
Nel cielo quindi si staglia l’uomo perfetto che è Cristo Signore.
Un autore contemporaneo ha rappresentato il cielo come una specie di cappa: gli uomini cercano di andare al cielo, di scoprire il cielo ma è come se fossero bloccati da un confine insormontabile, le loro navi spaziali – nel suo racconto – rimangono appese al cielo come le stelline su un albero di Natale, e gli ultimi messaggi che arrivano da quelle navi dicono appunto ” siamo arrivati nel…” e non si capisce ma gli uomini intuiscono… il cielo sta sopra di noi, il mondo sta sopra di noi, il mondo di Dio sta sopra di noi, ma è una specie di cappa che ci impedisce di essere liberi.
Cari fratelli, care sorelle, alcuni percepiscono Dio, il suo mondo come un limite alla realizzazione dell’uomo. Percepiscono Dio come una specie di confine, di ostacolo alla nostra piena realizzazione. Per qualcuno il cielo è incombente, Dio è un limite alla nostra umanità.
Ma alcuni altri oggi hanno svuotato il cielo. Il Santo Padre in un’esclamazione pregnante, intensa dice: “Il cielo non è vuoto” (Benedetto XVI, Spe Salvi, 5). Perché? Perché per alcuni lo è, e qualcuno pensa che la grande sapienza consista proprio nello svuotare il cielo: Dio non è un ostacolo e, in realtà, è assolutamente inutile, è superfluo; non serve Dio. L’uomo non ha bisogno di Dio. Il cielo è semplicemente vuoto.
Ma vi è il cielo della fede, il cielo della fede che è il cielo abitato da Dio ma, misteriosamente – nel senso dentro il suo progetto che ci supera e che ci meraviglia continuamente – dallo stesso Cristo Gesù suo Figlio, il Figlio di Dio diventato uomo. Il cielo della fede non è un ostacolo all’umanità, il cielo della fede non è vuoto e dichiarante l’inutilità di Dio. Il cielo della fede è la pienezza della vita umana perché questa pienezza non ci è rappresentata da qualche ideale, ma ci è rappresentata da Cristo Signore.
Carissimi, e carissimi fratelli e sorelle, spero che le mie parole non vi siano sembrate lontane da ciò che stiamo per vivere. Voi, cari fratelli, state proprio diventando uomini del cielo. Guardiani del cielo? come gli angeli che sono apparsi ai discepoli o come quelli che Dio ha messo a guardia del Paradiso terrestre? O piuttosto “portinai” del cielo, coloro che aprono la porta del cielo per gli uomini?
Le parole che abbiamo ascoltato dicono che voi diventate i testimoni del cielo di Dio che è la pienezza di Cristo nella storia degli uomini. In questo senso siete uomini del cielo. Non perché distratti, ma perché testimoni della grandezza dell’umanità di Cristo che ci rivela l’amore di Dio nella storia. Questo diventate. E siete testimoni della verità e dell’amore di Dio in Cristo Gesù, testimoni con tutta la vostra esistenza, con ogni istante della vostra esistenza, non soltanto nei momenti intensi, anche se a volte molto dimessi dal punto di vista della solennità delle celebrazioni. Ogni istante della vostra vita, voi ministri ordinati per la fede e la salvezza del popolo di Dio, diventa una testimonianza, nella storia, di Cristo Signore e di pienezza di umanità che Cristo Signore ha raggiunto, ha rappresentato e che si colloca così nel cielo.
Ma voi in questo momento diventate anche evangelizzatori del cielo così come abbiamo udito nel Vangelo: andate e non solo ogni istante della vita sia testimonianza dell’amore di Dio nella persona di Gesù Cristo, ma ogni creatura possa ricevere da voi il lieto annunzio della pienezza umana nella persona di Cristo Gesù. Annunciatelo ad ogni creatura senza distinzione, “ad ogni creatura” (Mc 16,15) proprio quasi che il Signore volesse dire che ogni creatura nella sua individualità, nella sua unicità è in attesa di questo annuncio di speranza e che Lui vi manda ad ogni creatura che affiderà alle vostre vite, affiderà alle vostre mani, alla vostra missione.
E infine voi diventate uomini di cielo perché siete edificatori del corpo di Cristo così come ci ha detto l’Apostolo “fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.” (Ef 4,14). Edificate la Chiesa; voi evidentemente non esaurite la Chiesa, ma il vostro compito è di partecipare all’edificazione della Chiesa, di questo corpo di Cristo, cari fratelli e sorelle, che siamo noi nella storia e nel mondo e che è chiamato a crescere e a rappresentare la pienezza di umanità che Cristo stesso ha rappresentato nella sua storia così come la raccogliamo nel Vangelo.
Dice il Santo Padre: “Noi abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo; è Lui la misura del vero umanesimo. Adulta non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità, adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo; è questa amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere il vero e il falso, l’inganno e la verità. Questa fede adulta noi dobbiamo maturare e – dice il Santo Padre proprio a voi – a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo” (cfr. J. Ratzinger, Omelia nella Messa Pro eligendo Romano Pontifice, 18 aprile 2005)
Carissimi è grande, immensa, infinita come il cielo la missione che il Signore vi affida, ma non abbiate paura. Ancora nel Vangelo udiamo questa parola straordinaria, quella che proprio connota il nostro ministero a differenza di ogni altra missione: “il Signore agiva insieme con loro” (Mc 16,20).
E sia questa la speranza e la certezza che accompagna tutta la vostra vita e ogni gesto del vostro ministero.
† Francesco Beschi
Vescovo di Bergamo