Proseguiamo nel nostro viaggio al’interno della fiaba “ I musicanti di Brema” in una sua rilettura antropologica e di fede attingendo al commento suggerito da Massimo Diana nel libro “ La saggezza delle fiabe ” - edizioni Paoline.
L’autore trova sapienziale il testo classico dei Grimm per quanti si sentono ormai al crinale della vita, avvertono tutto il peso delle proprie esperienze e sono rassegnati. Ebbene i malandati animali capitanati dall’asino con il loro sogno di andare a Brema per essere assunti nella banda municipale hanno molto da insegnare anche a chi vecchio non è, almeno all’anagrafe …
Il loro esempio può essere maestro ormai alle soglie di un nuovo anno pastorale per affrontare la prossima programmazione con dei sogni nel cuore!
Invecchiare
La fiaba ci presenta all’inizio quattro animali – con in testa un asino – che iniziano a percepire tutto il peso del loro invecchiare e quindi il pericolo di una ingloriosa e imminente morte, nonostante tutti i servigi resi ai rispettivi padroni, durante il corso di tutta la loro vita. Le forze stanno abbandonando l’asino, che diventa sempre meno atto a «portare i sacchi di farina al mulino »; il cane, che non è più in grado di «andare a caccia» e non serve più al suo padrone; il gatto, che si ritrova con «i denti smussati» ed è quindi sempre più impedito nel dare la caccia ai sorci; e il gallo che, in una situazione ancora più assurda e paradossale, sta per essere addirittura sacrificato – «senza misericordia» – dalla sua padrona semplicemente per far festa ad alcuni ospiti!
Questo quadretto può esprimere bene i nostri più profondi sentimenti nei confronti di una vita che, talvolta, quando si è alle soglie della vecchiaia, può apparire ingiusta e severa.
Abbiamo sgobbato per tutta la vita, ma per che cosa? Ora che «non serviamo più », nessuna gratitudine o riconoscenza: veniamo semplicemente dimenticati, senza alcuna misericordia, messi da parte senza alcuna pietà. È più che normale, per quel senso di giustizia che tutti noi abbiamo innato, aspettarci qualcosa in cambio per la nostra «fatica sotto il sole ».
Ma non è sempre così. E non è questa una visione di cupo pessimismo; è semplicemente una constatazione di crudo realismo: la vita sotto il sole è spesso tragica e comunque, almeno apparentemente e sovente, senza alcuna forma di giustizia retributiva. Non è sempre vero che i buoni sono premiati e i malvagi puniti; non è sempre vero che chi è onesto e generoso verrà automaticamente premiato dalla vita e chi non lo è verrà castigato.
Come già anticamente la Bibbia aveva lamentato, e i Libri di Giobbe e di Qohelet avevano inequivocabilmente e con insuperabile poesia espresso, la vita appare un assurdo e spesso sono proprio i giusti e gli innocenti a subire, immeritatamente, le più grandi disgrazie.
Invecchiare non è solo una questione biologica, l’inevitabile passare del tempo che consuma e lascia i suoi segni su un corpo che si riempie di rughe; invecchiare è anche, e forse soprattutto, qualcosa di spirituale e di interiore: significa rinunciare alla vita! Questo può avvenire a ogni età. Si può essere già vecchi anche quando si è ancora, cronologicamente, nel fiore della vita o addirittura nel pieno della giovinezza.
Vecchio è colui che ha abdicato a un progetto, che non ha più un sogno, che non crede più in nulla se non – cinicamente – alla propria scaltrezza per ritagliarsi una nicchia in cui spassarsela il più possibile senza essere disturbato.
Notiamo, tra l’altro, che i quattro animali della fiaba hanno tutti ottimi motivi per rassegnarsi e abbandonarsi alla disperazione: per tutta la vita hanno fedelmente servito i rispettivi padroni e adempiuto scrupolosamente ai compiti che sono stati loro affidati. Non è giusto che ora, venendo progressivamente meno le loro forze, vengano rigettati e dimenticati con tanta leggerezza e noncuranza! Questo per dire che, a volte, invecchiare e lasciar cadere i propri sogni può sembrare più che naturale e l’unica cosa possibile. In queste situazioni, che c’è di più naturale che «aspettare, cinicamente, la morte »?
Eppure, vediamo che i quattro animali della fiaba non si rassegnano alla sorte ormai certa che pare aspettarli. Osano sognare ancora. In testa vi è un asino, e forse non a caso. In certe situazioni, in quei momenti che percepiamo come ormai privi di vie di uscita, può capitare che anche solo il pensiero di un sogno ci faccia apparire, ai nostri occhi – come anche agli occhi di chi ci sta intorno -, veri e propri « asini ». Non è forse una grande stupidità, una folle assurdità, una idiozia senza senso, una cosa da asini, appunto, continuare ancora a credere in qualcosa, in certe situazioni così disperate?
Se poi guardiamo a quello che il povero asino si è messo in testa per cercare di sottrarsi al suo destino già segnato, comprendiamo come non si possa proprio che essere degli «asini» per fantasticare una cosa tanto assurda. La banda municipale di Brema?! Ma che idiozia! Come se quella banda stesse aspettando proprio un vecchio e stanco asino, un cane malandato, un gatto senza denti e un gallo dalla voce stridula! Ma, andiamo! Che potrà mai farsene la banda di Brema di questi quattro, malconci, animali? In questo senso, davvero è necessario sentirsi ed essere un poco folli e testardi «come un asino» per osare rimettersi in cammino, quando si è in certe situazioni che palesemente appaiono senza vie di uscita. La stupidità e la testardaggine di un asino diventano però, in queste situazioni, la vera saggezza.
Ebbene, questo asino non continua a lamentarsi, ma sceglie di continuare a vivere e di fuggire la morte. Sceglie di rimettersi in cammino, superando la disperazione; sceglie la vita legata a un sogno che sembra decisamente assurdo e utopico. Decide, in altre parole, di non rassegnarsi alla vecchiaia, a una vita che non ha più alcun senso, ma di cercare ancora, con la vitalità di un ragazzetto incosciente, un significato e uno scopo per la sua vita ormai al tramonto.
Amplificando ulteriormente il discorso, possiamo dire che il vero ostacolo alla vita, la vera forza antitetica alla vita, è la disperazione. È la disperazione – definita dal filosofo danese Soren Kierkegaard malattia veramente mortale – che blocca lo slancio della vita e impedisce di sognare, di credere, di osare quello che appare impossibile. È a questo punto che si diventa vecchi, perché si viene inevitabilmente assaliti dal rammarico per ciò che non abbiamo osato fare. Isacco il Siro, uno dei Padri del deserto, diceva che «l’inferno è il rammarico» e aveva colto perfettamente nel segno. La vera morte, quella dalla quale non c’è alcuna possibilità di riscatto, è la constatazione amarissima di non aver vissuto la propria vita perché non abbiamo saputo cogliere e vivere le opportunità – che all’inizio possono apparire sempre assurde e impossibili, oppure sempre superiori alle nostre deboli energie – che la vita ci ha posto innanzi. La lapide dedicata a George Gray, nella Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, esprime questi concetti in un modo poeticamente insuperabile:
Una barca con vele ammainate in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.




Cento anni fa, esattamente l’8 agosto 1910, S. Pio X emanava il Decreto “Quam Singulari”, direttiva fondamentale nella Storia della catechesi mirante ad anticipare alla cosiddetta “età della discrezione” (”cioè verso il settimo anno, sia al di sopra di esso, sia anche al di sotto”) l’ammissione dei bambini alla Prima Comunione che prima di allora si collocava intorno ai 12-14 anni: “Come per la Confessione l’età della discrezione s’intende quella in cui si arriva a distinguere il bene dal male, così per la Comunione convien dire sia quella in cui si sappia distinguere il Pane eucaristico dal pane comune; ed è appunto questa l’età in cui il fanciullo ha raggiunto l’uso della ragione.”